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 Il Ticino » Notizie » La riflessione del vescovo Sanguineti per l 

L'omelia del vescovo Sanguineti per il solenne pontificale della S. Pasqua   versione testuale

Mons. Corrado ha presieduto la celebrazione domenica 16 aprile nella Cattedrale di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle!
Oggi in tutte le chiese risuona l’annuncio che abbiamo cantato nell’antica Sequenza Pasquale: «Scimus Christum surrexisse a mortuis vere», «Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto!». È accaduto un evento reale, che ha lasciato tracce e segni nella nostra storia, e che noi siamo chiamati a riconoscere e a confessare nella fede, sulla testimonianza degli apostoli: Gesù di Nazaret, morto appeso a una croce, alla vigilia della Pasqua in Gerusalemme, deposto in un sepolcro nuovo, è passato dalla morte alla vita, è stato risuscitato dalla potenza del Padre, per non morire più. Ora egli è il Vivente, è il Signore che siede alla destra del Padre, presente e attivo nella sua Chiesa, all’opera dentro la storia e la vita di noi uomini in cammino nel tempo.
Questo annuncio di gioia è come se si collocasse su uno sfondo oscuro, richiamato dal vangelo di Giovanni: abbiamo ascoltato come Maria di Màgdala, questa donna divenuta discepola di Gesù «si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio» (Gv 20,1). Tale era il suo attaccamento a Gesù, e tale era il vuoto che avvertiva, dopo la tragica morte del suo Maestro, che appena ha iniziato ad albeggiare, quando le tenebre della notte non si erano ancora dissolte, Maria non ha resistito, è andata al sepolcro: lei, che era stata liberata da Gesù da sette demòni – da una vita disordinata, in preda al peccato e al Maligno – lei che, in qualche modo, era risorta nell’incontro con il Nazareno, aveva visto sulla croce il crollo della sua speranza, tutto sembrava finito nel gelo della morte. C’era buio nel suo cuore, e quando giunse alla tomba «e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro» (Gv 20,1), non pensò alla risurrezione, una realtà troppo lontana e inimmaginabile, ma si sentì derubata perfino del corpo senza vita del suo Maestro. L’annuncio che essa portò a Simon Pietro e al discepolo che Gesù amava – secondo la tradizione è lo stesso Giovanni apostolo – era un annuncio triste: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» (Gv 20,2). Maria, forse per paura, non era entrata nella tomba, non aveva visto quello che poi vedranno i due discepoli: «i teli posati là» (Gv 20,5), i teli funerari che comprendevano il lenzuolo della sindone con le bende, che la tenevano aderente al cadavere di Gesù, giacenti per terra, ormai un vuoto involucro, senza il corpo del Signore, e il sudario «avvolto in un luogo a parte» (Gv 20,7), primo segno che non si era trattato di un furto, ma era accaduto l’impensabile, una nuova vita aveva permesso a Cristo di sottrarsi alla morte e di abbandonare i teli funerari, senza sciogliere l’involucro che lo avvolgeva.
Maria, come i discepoli, avrà il dono d’incontrare il Risorto, di risentirne la voce, di vedere il suo volto, ora trasfigurato nella gloria, e sarà proprio questo incontro a ridestare la speranza sepolta con il suo Signore nella sera del Venerdì Santo. Così, sempre la Sequenza pasquale mette queste parole sulle labbra di Maria: «Cristo, mia speranza, è risorto».
 
Fratelli e sorelle, anche noi in questa Pasqua 2017, avvertiamo il buio di una notte che ancora si mescola alla luce dell’aurora, e sentiamo vere le parole della Liturgia: «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello». È stato così nella passione e nella morte di Cristo, e continua a essere così lungo la storia dell’uomo. In questi giorni la morte assume volti diversi: ha il volto della fame, della povertà e della miseria, che colpiscono milioni di uomini e donne nel mondo, in una situazione d’«inequità» (Francesco) e d’ingiustizia sempre più intollerabile; ha il volto dei profughi e dei migranti, che si sottopongono a condizioni disumane, pur di affrontare un viaggio, e spesso trovano la morte; ha il volto della violenza fondamentalista che si accanisce soprattutto contro i nostri fratelli cristiani, in Egitto, in Iraq, in Nigeria, e che fa vittime innocenti anche nelle strade e nelle piazze della nostra Europa; ha il volto delle guerre insensate, che non risparmiano nemmeno i bambini, le donne, i vecchi, in Siria, nel Congo, in tante nazioni dimenticate dell’Africa; ha il volto di bambini sfruttati, abusati, abbandonati, costretti a fare i soldati.
E all’orizzonte sentiamo addensarsi nubi oscure, con “potenti” irresponsabili che giocano a fare la guerra, che giocano con il fuoco! Ma la morte ha altri volti, più nascosti, o più tollerati e giustificati, nella nostra cultura così povera di ragioni grandi per vivere e per sperare: ha il volto dei milioni di bambini che non sono nati, perché privati della loro vita ancora nel grembo; ha il volto di malati che, schiacciati dalla sofferenza e dalla disperazione, scelgono di farsi togliere una vita, divenuta per loro intollerabile, senza significato; ha il volto di donne, spesso povere, che per soldi prestano il loro grembo per ospitare una creatura che poi dovranno cedere ad altri; ha il volto di giovani e adolescenti che buttano via la loro esistenza, nelle notti di un divertimento artificiale, nell’alcool, nella droga, in una sessualità sempre più banale, svuotata di tenerezza, talvolta violenta.
Sì, carissimi fratelli e sorelle, c’è un duello drammatico tra la morte e la vita, tra il bene e il male, tra la speranza e il nulla, e a volte abbiamo l’impressione che la morte sia più forte, che il male faccia più impressione e presa. Eppure, proprio la risurrezione di Gesù irrompe come una luce che nessuna tenebra può soffocare: «Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa». Tutto sembrava finito e concluso nel silenzio di quella tomba, e invece, Cristo, attraversando fino in fondo il buio della sofferenza e della morte, ha aperto un varco alla Vita, ha spalancato per tutti noi la via alla risurrezione!
È Lui, il Signore risorto e vivo, la nostra speranza, più forte di ogni sconfitta, e davvero in Lui tutto può cambiare, la sua risurrezione afferma una positività irresistibile dentro la vita: «Con Gesù ogni nostra oscurità può essere trasformata in luce, ogni sconfitta in vittoria, ogni delusione in speranza» (Francesco).
 
Carissimi amici, per non perdere la speranza, perché in noi cresca ogni giorno la lieta certezza di Cristo risorto, occorre poter incontrare e riconoscere dei segni di risurrezione, qui e ora, perché il Signore si manifesta come il Vivente attraverso l’esistenza cambiata di uomini e donne, di fratelli e sorelle che diventano testimoni di un’umanità più bella, più vera, più lieta. Che dono, anche nella mia vita di Vescovo, quando mi accade d’incontrare storie e volti dove s’intravede già l’albore della risurrezione, storie e volti che non sarebbero così, se Cristo fosse semplicemente un grande maestro ora passato, defunto, scomparso nella polvere di un sepolcro!
Apriamo allora gli occhi e il cuore, come ha fatto quella mattina il discepolo amato: entrato nella tomba, ha guardato bene i segni che il Risorto aveva lasciato nei suoi teli funerari abbandonati e composti, e così Giovanni «vide e credette» (Gv 20,9), con l’intuizione di chi ama.
E i testimoni, grazie a Dio, non mancano nei nostri tempi, possono essere testimoni semplici, tra noi, nelle nostre comunità, nelle nostre case, e possono essere testimoni grandi, posti sul candelabro davanti a tutti: quanti santi il Signore ci ha donato, vissuti in anni recenti, in situazioni molto varie, come luci di speranza da guardare. Tra queste luci, tra questi testimoni, io vorrei ricordare i Papi che si sono succeduti nel Novecento e ora in questo inizio del terzo millennio: molti di loro sono già venerati come beati o santi (beato Paolo VI, san Pio X, san Giovanni XXIII, san Giovanni Paolo II), altri sono in cammino verso la canonizzazione (i Servi di Dio Pio XII e Giovanni Paolo I). Oggi vorrei con voi ringraziare il Signore per il dono dei due testimoni, che stanno davanti a noi, e che in modo diverso, servono la Chiesa in questi anni: il Papa emerito Benedetto XVI, che proprio oggi compie novant’anni – lo ricordiamo con affetto e gratitudine – un uomo mite e saggio, umile operaio nella vigna del Signore, e Papa Francesco, un uomo innamorato di Cristo, capace di testimoniare, con forme originali, la gioia del Vangelo.
 
Guardando questi testimoni, ritroviamo la luce della speranza, accettiamo di stare con Cristo, dalla parte della vita e del bene, e chiediamo allo Spirito di essere anche noi testimoni della risurrezione. Amen!

Mons. Corrado Sanguineti
+ Vescovo di Pavia

 


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