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Le Sante Spine, testimonianza per i nostri giorni   versione testuale

L'editoriale del vescovo Corrado Sanguineti sull'ultimo numero de "il Ticino"


Abbiamo vissuto, alla metà del mese di maggio, il gesto della Consacrazione e Affidamento della nostra Diocesi a Maria e al suo Cuore Immacolato, nel centenario delle apparizioni della Vergine a Fatima: in tanti ci siamo ritrovati, in una cattedrale gremita, intorno alla Madre e ci siamo ritrovati come popolo di Dio. È un popolo di bambini e di giovani, di adulti e di anziani, un popolo di famiglie, di sacerdoti e di consacrati: un popolo in cammino nella storia, che nel passare dei tempi, custodisce il proprio volto, anche attraverso segni di memoria. La festa delle Sante Spine è uno di questi segni di memoria, è un appuntamento nel quale ci raccogliamo insieme, come città e come Chiesa di Pavia, intorno alle reliquie di queste tre Spine, provenienti, secondo la tradizione, dalla corona di cui fu cinto Gesù, condannato alla crocifissione come re dei Giudei. Giunte in Europa da Costantinopoli furono donate ai Visconti, signori di Pavia, e nel 1499 furono consegnate alla città e al Capitolo della Cattedrale; trafugate nel 1527, durante l’orribile sacco di Pavia, nel 1545 furono riportate nel tripudio di tutti i pavesi in città, e nacque così la processione delle Sante Spine, da allora custodite nel Duomo. Le Spine che veneriamo sono un rimando alla passione di Gesù, umiliato e deriso, ingiustamente condannato al supplizio della croce, sulla quale spirò nell’apparente fallimento della sua missione: eppure, secondo l’evangelista Giovanni, proprio sulla croce Gesù manifesta la sua gloria, e paradossalmente è davvero lui il re del mondo, un re ben diverso da quelli umani. La sua gloria, infatti, è lo splendore che irradia da una vita completamente donata, al Padre e agli uomini, la potenza, che in essa si rivela, non ha niente a che vedere con la potenza mondana: è la potenza dell’amore, «fino alla fine» (Gv 13,1), capace di attraversare e vincere la morte e il male, come si rende evidente nella sua risurrezione.

 

Un’occasione per fare memoria di Gesù e dei martiri di oggi

 

In fondo, nella sua Pasqua, Gesù è «il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra» (Ap 1,5), testimone degno di fede, perché fedele sempre a Dio e alla verità, fino all’offerta di sé, fino al martirio. La parola «martire», com’è noto, è espressione greca che corrisponde al nostro «testimone» e il martirio, nella storia cristiana, rappresenta la suprema testimonianza che un uomo può dare a Cristo e al Vangelo, la testimonianza del sangue, versato per amore, nell’atto di perdonare i propri carnefici. Così ha fatto Gesù, e dopo di lui Stefano, il primo martire cristiano, così hanno fatto tantissimi discepoli del Signore, fino ai nostri giorni. Celebrare la festa delle Spine, come Chiesa di Pavia, è allora occasione per fare memoria di Gesù, martire fedele del Regno, che nel suo sangue ci purifica dai nostri peccati, e che, ancora oggi, con la forza mite del suo Spirito, sa suscitare donne e uomini, famiglie intere disponibili a perdere la casa, i beni, la stessa vita, pur di non rinnegare la fede in Cristo e il loro amore vivo per lui. Celebrare la festa delle Spine è fare memoria dei martiri contemporanei, che ci testimoniano un’umanità positiva e lieta, anche in condizioni drammatiche. Chi ha potuto conoscere i cristiani profughi nei campi di Erbil, in Kurdistan, o in altre zone del Medio Oriente, chi ha incontrato cristiani copti in Egitto, padri e madri che hanno perdonato gli uccisori dei loro figli, chi ha ascoltato il racconto di cristiani della Nigeria e di altre nazioni dell’Africa, ferite dalla violenza folle del fondamentalismo religioso, è rimasto impressionato dalla testimonianza di una fede limpida, di una speranza che non si spegne, di un amore che arriva ad abbracciare il “nemico”, senza mai dare sfogo a parole di odio. Stranamente, più crescono le minacce alla libertà e alla sicurezza, più queste comunità affollano le loro Chiese, in esse nascono vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa, e si accolgono con gioia i segni di amicizia e di vicinanza che non mancano da parte di tanti connazionali di religione islamica, mostrando al mondo che è possibile una convivenza tra soggetti diversi, che non siamo condannati allo scontro e alla reciproca esclusione. Celebrare la festa delle Spine, diventa allora un’occasione per imparare da questi fratelli, che condividono oggi la passione di Cristo, re coronato di spine, deriso e umiliato da chi si crede più forte, per riscoprire la sorgente che rende possibile una tale testimonianza: l’amore a Cristo presente, la vita di fede come esperienza di un rapporto che riempie la vita e il cuore.

 

 

Le due opposte tentazioni che insidiano noi cristiani

 

Noi cristiani, infatti, che qui a Pavia e in Italia viviamo in una società democratica e libera, possiamo essere insidiati da due opposte tentazioni, che alla radice hanno una debolezza dell’essere cristiani e del vivere da cristiani. La prima è una sorta di reticenza nel testimoniare la nostra fede, soprattutto negli ambienti, come la scuola, l’università, il lavoro, il quartiere, o nella vita sociale e culturale, là dove sono in gioco beni fondamentali dell’uomo. A volte ci lasciamo condizionare e silenziare da un clima e da un pensiero sempre più estranei e lontani dalla concezione cristiana della vita, abbiamo paura di mostrare il nostro volto o di rischiare un giudizio, preferiamo non prendere posizione o limitarci a restare nell’ambito ristretto dei nostri incontri, dei nostri gruppi, delle nostre iniziative. La seconda tentazione è all’opposto: non crediamo nella forza di una testimonianza disarmata, la testimonianza di un’umanità resa più bella, più accogliente, più vera dalla fede in Cristo, e inseguiamo, magari sottilmente, la ricerca di un’egemonia, di un’occupazione di spazi, che assicuri la difesa dei valori cristiani, oppure siamo sempre alla ricerca di “nemici” da affrontare, di “crociate” da intraprendere, in una stancante e sterile dialettica. Nel primo caso, la fede non è un’esperienza integrale, che tende a investire tutta la vita, generando una nuova capacità d’incontro, di giudizio e di presenza, certo gratuita e non arrogante; nel secondo caso, la fede rischia di diventare una sorta d’ideologia, un sistema di valori da affermare e difendere, e si diventa incapaci di valorizzare ogni frammento di verità e di bene, presente in ogni persona, e d’incontrare l’altro, al di là di ogni schema e perfino di ogni errore ideale. Ecco perché è importante celebrare con gioia, come popolo, la festa delle Spine, ritrovarci in tanti a vivere la processione per le vie della nostra amata città: non per contarci, o per fare una dimostrazione di numero, ma per immedesimarci, come comunità di credenti, nella strada percorsa da Cristo, nella sua testimonianza ultima sulla croce, già gravida della fecondità della sua risurrezione. È la strada che ci indicano i martiri del nostro tempo, e che possiamo fare nostra nella misura in cui viviamo la semplicità della fede, la gioia dell’incontro con Cristo e della sua sequela, qui e ora, nella vita della sua Chiesa, suo corpo vivente nella storia.


Mons. Corrado Sanguineti
(+ Vescovo di Pavia)
 

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