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Il messaggio del vescovo Corrado per la festa del Corpus Domini   versione testuale

Mons. Sanguineti l'ha letto nel Duomo di Pavia al termine della processione


Carissimi fratelli e sorelle,

 

Dopo aver camminato per le vie della nostra città, portando con noi la viva presenza di Cristo Signore nel segno dell’Ostia Santa, e prima di ricevere la sua benedizione, vogliamo raccogliere una parola racchiusa in questa bella festa del Corpo e del Sangue di Cristo, la festa del Corpus Domini, la festa dell’Eucaristia. È una celebrazione nata dal cuore della Chiesa, istituita da Papa Urbano VIII nel 1264, anche in conseguenza del famoso miracolo eucaristico di Bolsena. Possiamo dire che il popolo di Dio, pastori e fedeli, nella sua storia, ha preso sempre più coscienza di questo sacramento e della presenza reale del Signore sotto i segni poveri del pane e del vino. Certo, l’Eucaristia è un segno che si realizza attraverso un gesto, il gesto dello spezzare il pane, ma attraverso questo gesto, che ripetiamo nell’azione liturgica della messa, accade una presenza, la Presenza di Gesù crocifisso e risorto, nell’atto del suo dono totale al Padre. È una presenza che si dà a noi, e noi attraverso i segni eucaristici entriamo in comunione con il corpo e sangue del Signore, così come ci ricorda San Paolo, nella seconda lettura della Messa del Corpus Domini: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? » (1Cor 10,16). La festa del Corpus Domini è nata dal desiderio di esprimere, in forma pubblica, attraverso l’adorazione e la processione con il Santissimo Sacramento, la fede in questo mistero, nella presenza singolare e reale di Cristo tra noi: nell’adorazione prolunghiamo il gesto celebrativo della Messa, e riconosciamo il dono del Signore che, sotto le umili apparenze del pane, rimane con noi! Così si esprime la Sequenza della festa, il celebre inno Lauda Sion, che la tradizione attribuisce a San Tommaso d’Aquino: «È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. [Dogma datur christianis, Quod in carnem transit panis, Et vinum in sanguinem]. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. [Quod non capis, quod non vides, animosa firmat fides praeter rerum ordinem]». Nella Liturgia della Parola in questa Solennità, c’è un duplice riferimento al segno della manna, che aveva nutrito Israele nel deserto del Sinai: nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio e nel vangelo di Giovanni, dove Gesù parla di sé come «pane disceso dal cielo» (Gv 6,58). Mosè invita Israele a ricordare il dono della manna, di questo cibo che ogni giorno Dio non faceva mancare al suo popolo: «Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3). Insieme alla manna, il Signore ha reso possibile il cammino nel deserto, «terra assetata, senz’acqua», facendo sgorgare «l’acqua dalla roccia durissima» (Dt 8,15). La manna, alimento che discende dal cielo, richiama così la condizione dell’uomo, che non vive di solo pane, non vive solo soddisfacendo i suoi bisogni immediati, ma porta in sé una fame più profonda: fame di verità, di bontà, di bellezza, fame di un significato per vivere! Allo stesso modo, l’acqua che sgorga dalla dura roccia rimanda alla sete che ci caratterizza, come uomini e donne, pellegrini nel tempo, in una terra assetata, in un mondo che, con tutte le sue bellezze e risorse, non è sufficiente a colmare la sete di vita del nostro cuore. Com’è vero, fratelli e sorelle, «che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore», com’è vero che in ogni persona si nasconde un desiderio immenso, che, se viene soffocato o ridotto, prima o poi esplode anche in forme inattese. Ora, come Chiesa, siamo in cammino verso la celebrazione di un Sinodo dei vescovi, nell’ottobre 2018, dedicato ai giovani, e la giovinezza, l’adolescenza sono proprio le stagioni della vita nelle quali la fame e la sete di qualcosa di oltre, d’indefinibile, d’impossibile si destano nell’animo, più o meno consapevolmente, e il delitto più grande nei confronti dei ragazzi e dei giovani, è non dare ascolto al loro cuore inquieto, non aiutarli a stimare e ad amare la loro umanità piena di domande e di attese, far loro credere che basta rispondere a ogni bisogno e a ogni desiderio immediato, per essere felici. Che inganno e che menzogna! C’è un modo di concepire e di vivere l’esistenza, dove tutto si riduce a istinto, a consumo, non solo di cose, ma anche di affetti, di amicizie, di relazioni, e dove alla fine il cuore del giovane è svuotato, è annoiato. Allora, per sentirsi vivo, deve fare cose strane, inseguire forme estreme di divertimento e di “sballo”, o magari, dare sfogo a una violenza assurda e cieca, com’è avvenuto pochi giorni fa, qui a Pavia, nei gravi episodi di assalto al liceo Copernico, da parte di un nutrito gruppo di studenti, come festa di fine anno scolastico! Non dobbiamo generalizzare, e pensare che tutti i nostri adolescenti siano così, però è indubbio che questo fatto sia segno di un vuoto che abita il cuore di tanti, e che si manifesta anche in altri fenomeni come la diffusione dell’alcool e delle droghe, “leggere” o pesanti, l’eccessiva dipendenza da internet o dai social-network, la diffusione della pornografia tra ragazzi, senza la percezione dei danni profondi che essa reca allo sviluppo affettivo equilibrato, l’abbandono scolastico o la rinuncia a cercare un lavoro. Siamo di fronte a una sfida educativa immensa, che coinvolge tutti noi adulti, e che dovrebbe vedere tutte le realtà che hanno a cuore la vita e l’educazione dei ragazzi e dei giovani, sempre più impegnate, in modo concorde, accompagnando e sostenendo la prima responsabilità dei genitori e delle famiglie.Ora, fratelli e sorelle, noi come cristiani, come Chiesa che è in Pavia, siamo chiamati ad ascoltare i nostri giovani, a trovare nuove vie d’incontro con loro, soprattutto con i più che non partecipano alla vita delle nostre comunità, e abbiamo da offrire, innanzitutto nella testimonianza della nostra vita toccata e attratta dalla bellezza di Cristo e del suo Vangelo, la presenza di Colui che si offre a noi come il pane vivo, disceso dal cielo, capace di saziare la nostra fame di vita, sorgente dell’acqua che può saziare la nostra sete di significato e di verità! Cristo è la presenza del grande amico che ci permette di attraversare anche il deserto, senza morire di fame e di sete, e Lui si dà a noi, come pane disceso dal cielo, nel dono della sua parola, che riempie il cuore e svela il volto del Mistero, e nel dono dell’Eucaristia, dove giunge a donare a noi la sua carne offerta per la vita del mondo.Allora, questa sera, deponiamo nel cuore di Cristo i nostri adolescenti e i nostri giovani, invochiamo la sua benedizione su di loro, e rinnoviamo la lieta certezza che solo Cristo vivo nell’Eucaristia, vivo nella sua Chiesa, vivo nel volto dei suoi testimoni, può ridestare tutta la profondità del loro cuore e può saziare la loro fame e sete di vita e di pienezza. 

«Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi». Amen

 

+ Mons. Corrado Sanguineti

Vescovo di Pavia


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