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L'omelia del vescovo Sanguineti per il funerale di don Alberto De Martini   versione testuale

Mons. Corrado ha presieduto la celebrazione lunedì 26 giugno nella chiesa della Sacra Famiglia di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle, cari confratelli nel sacerdozio, carissimi familiari di Don Alberto,

 

Siamo qui raccolti a celebrare l’Eucaristia, memoriale della morte e della risurrezione del Signore, in suffragio del nostro amato Don Alberto, che in modo umanamente inatteso e imprevedibile, ci ha lasciato. Lo accompagniamo con la nostra preghiera nel suo passaggio da questo mondo al Padre, ancora increduli e un po’ sgomenti per la sua improvvisa dipartita da noi. In questo momento, con i suoi cari familiari, soprattutto con le figlie Silvia e Sandra e i suoi amati nipoti, noi vogliamo ringraziare Dio per il dono che è stato per noi: per tanti anni dipendente dell’Enel, sposo della sua cara Lina, padre che ha conosciuto lo strazio e il dolore di perdere il figlio Stefano, morto improvvisamente, nonno affezionato e premuroso, e in questi ultimi anni di vita, dal 12 giugno 2010, sacerdote della nostra Chiesa di Pavia. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, donata a noi come luce sul nostro cammino, una Parola che è chiamata a farsi carne nella nostra esistenza, e che acquista nuova profondità e verità proprio ripercorrendo la testimonianza di Don Alberto. «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio» (Gb 19,25-26): le parole di fede, poste sulle labbra di Giobbe, colpito dalla sventura, hanno certamente trovato un’eco nel cuore di Alberto, nelle ore in cui è stato visitato dalla sofferenza, nel periodo della malattia della moglie Lina, mancata nel 2006, e poi, già sacerdote, nell’immensa prova della perdita del figlio Stefano. Sapete tutti, meglio di me, che da sempre, quando era ancora un laico con famiglia e lavoro, Alberto è stato un cristiano convinto e impegnato nella sua comunità, qui alla Sacra Famiglia, come collaboratore in parrocchia, come catechista, nell’oratorio e come ministro straordinario dell’Eucaristia, uomo sempre pronto a mille servizi. Da cristiano, ben radicato e fondato nell’amore di Cristo, ha saputo sostenere le prove della sua vita, e nessuna sofferenza, anche la più dolorosa e incomprensibile, l’hanno mai allontanato dalla fede, dalla certezza dell’amore di Dio. Come ci ha ricordato San Paolo nella seconda lettura: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati» (Rm 8,35.37). Per come ho potuto conoscere Don Alberto, in questo anno e mezzo, credo che la sua grande capacità di ascolto delle persone, la sua disponibilità, il saper entrare in sintonia con chi poteva vivere esperienze dolorose, con una presenza discreta e con parole di speranza, tutto ciò nasceva dalla sua personale esperienza di dolore, sempre illuminata dalla fede, sempre vissuta nella speranza del Risorto: per questo motivo, la sofferenza non ha reso amaro il cuore di Alberto, non ha mai avuto la meglio in lui lo scoramento, ma in tutte queste cose anche lui, certo ferito nella sua umanità di sposo e di padre, è stato più che vincitore, non per virtù sua, ma grazie all’amore di Cristo, accolto e riconosciuto nella fede. Nelle note che mi ha scritto Don Vincenzo, così ricorda come Alberto ha accompagnato Lina negli ultimi tratti di vita: «Nel 2006 ho accompagnato all’incontro definitivo con il Signore la moglie Lina colpita da un male incurabile. Ricordo ancora la telefonata giuntami da parte di Alberto: “Don, Lina sta partendo per il Cielo, venga ad assisterla”. Accanto alla moglie, ogni sabato, Alberto leggeva le letture bibliche della domenica e insieme si preparavano al Giorno del Signore: lui sarebbe venuto in chiesa mentre lei sarebbe rimasta a casa, a letto». Allo stesso modo, ormai prete, ha potuto celebrare i funerali del figlio Stefano, attingendo nella grazia della fede, nella vicinanza di tanti confratelli e amici, e dei suoi familiari, una forza e una speranza capaci di attraversare anche il buio della notte più fitta. Questa posizione di fede si è realizzata come disponibilità al passo inatteso della vocazione sacerdotale, e anche qui, fratelli e sorelle, cogliamo un cuore libero nel dire “sì” alla chiamata sorprendente di Dio, una chiamata che è passata attraverso la Chiesa, attraverso il suo parroco, e il suo vescovo di allora Mons. Giovanni Giudici. Permettete che citi ancora le note di Don Vincenzo: «Trascorso un anno dalla morte, nel 2007, il giorno della vigilia della Solennità dell’Immacolata, dopo aver pregato e riflettuto molto, chiamai Alberto e seduto uno di fronte all’altro nel mio studio gli dissi: “Alberto, non hai mai pensato di diventare sacerdote?”. Per me e soprattutto per lui la notte che seguì quell’incontro fu trascorsa quasi in bianco. L’indomani venne da me e mi disse. “Ho pregato lo Spirito Santo, ho pregato anche mia moglie. Ho deciso: accetto la nuova chiamata del Signore”». Così nel settembre 2007, all’età di sessantotto anni Alberto iniziò un nuovo cammino, entrando in seminario e il 12 giugno 2010 fu ordinato sacerdote; è bello come egli abbia vissuto questa nuova tappa della sua vita, in profonda continuità con il suo cammino precedente di laico, con famiglia. Sulla sua immaginetta a ricordo dell’Ordinazione volle riportare questo passo della Scrittura: «Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Deut. 6, 6-7) E accanto Don Alberto aggiunse: «Dalla famiglia chiesa domestica, alla Chiesa Famiglia di Dio». Ebbe così inizio l’ultima tappa del suo cammino, vissuta nel ministero sacerdotale, svolto con amore e dedizione, come Vicario parrocchiale prima a Landriano, dal 2010 al 2014, e poi qui nella sua parrocchia d’origine. Sempre mantenendo i suoi legami di padre e di nonno con le figlie e con i nipoti, e sapendo valorizzare, nel contatto con la gente, con le persone che si confidavano a lui, l’esperienza maturata nella sua vita di lavoro e di famiglia. È il “Don Alberto” che abbiamo conosciuto e apprezzato in questi anni, e che io ho potuto scoprire, da quando sono Vescovo a Pavia: di lui mi hanno davvero colpito e edificato alcune note, che ho ritrovato nel ritratto di Don Vincenzo, suo parroco, ma che tutti voi potete attestare e arricchire con i ricordi personali, con momenti particolari condivisi con il nostro fratello. Un prete disponibile, per tutto e per tutti, che, sempre in accordo con i suoi parroci, era pronto ad accogliere richieste di servizi, di celebrazioni e di sostituzioni che provenivano dai suoi confratelli; un uomo cordiale, davvero “di cuore”, che entrava facilmente in dialogo e in amicizia con tutti: si stava bene con Don Alberto! Un sacerdote anziano, ma capace di stare tra i giovani preti: ricordo bene come partecipava volentieri agli incontri dei sacerdoti ordinati negli ultimi dieci anni, come ha vissuto con piena disponibilità gli esercizi spirituali con loro, lo rivedo ben presente nella settimana di esercizi, guidati da me, lo scorso gennaio a Varigotti. Aveva uno spirito giovane, e come un uomo maturo, sapeva entrare in sintonia e in vera amicizia con i suoi confratelli più giovani d’età. Al fondo della sua vita sacerdotale, dove ormai il suo tempo era del Signore, Don Alberto viveva una disponibilità quotidiana a ciò che il Signore gli chiedeva, giorno dopo giorno, momento dopo momento, e possiamo pensare che l’inattesa e ultima chiamata del Signore non lo abbia trovato impreparato. Le parole del Vangelo, che ci invitano alla vigilanza operosa nell’attesa dell’incontro definitivo con Cristo, sono per noi, sono per Don Alberto: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito» (Lc 12,25-36). Guardando al suo percorso umano, cristiano e sacerdotale, possiamo davvero credere e sperare che fosse pronto ad accogliere la visita del suo Signore, e che, dopo aver umilmente servito, come sposo, come padre e nonno, come prete nella sua Chiesa, viva ora la gioia di sedere alla mensa dei santi, degli amici di Dio, e di essere ora servito dal suo Signore: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). Amen!

 

+ Mons. Corrado Sanguineti

Vescovo di Pavia


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