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L'omelia del Vescovo Corrado nella S.Messa della notte di Natale    versione testuale

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione nella Cattedrale di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,

ancora una volta è Natale! Ci siamo raccolti in preghiera per rivivere l’incanto e lo stupore di quella notte, nella quale è accaduto un evento unico, nel silenzio, lontano dai grandi centri del potere di allora. Innanzitutto non è inutile ricordarci che il Natale è memoria di un avvenimento, che si colloca in un tempo preciso e in un luogo: non è una favola per bambini, non è un mito o un simbolo. È un fatto che ha la stessa concretezza e densità di ogni fatto che accade nella vita e nella storia: un fatto che è stato riconosciuto così decisivo, che noi contiamo gli anni, prima o dopo la nascita di Gesù Cristo. All’apparenza è un fatto di poco rilievo: un bimbo viene alla luce da un’umile coppia di sposi che provengono da Nazaret, oscuro villaggio della Galilea, nasce nella piccola città di Betlemme, in Giudea, allora regno satellite e vassallo del grande impero di Cesare Augusto. Luca, nel suo racconto, sembra volutamente mettere in contrasto lo sfondo del potere imperiale, che vuole censire tutti i sudditi dell’impero, con la disarmante semplicità delle circostanze di questa nascita, descritta con parole scarne ed essenziali: «Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,6-7). Quella notte, nessuno, oltre Maria e Giuseppe, e i pastori accorsi, si è reso conto dell’evento, eppure stava iniziando una storia nuova, una presenza inimmaginabile, eppur nascostamente attesa dal cuore dell’uomo, assetato di vita e di gioia, di bellezza e di verità. Quel fragile neonato, che Maria teneramente custodiva tra le sue braccia e che i pastori, con occhi stupefatti da bambini, hanno contemplato e adorato, è il Messia promesso a Israele, è il Signore del cielo e della terra con un volto umano, è l’Emmanuele, il Dio con noi, l’eterno Figlio del Padre, divenuto uomo tra noi e per noi: « Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5). Questo è il motivo della «grande gioia» annunciata ai pastori, avvolti dalla luce della gloria di Dio, questo è il motivo della festosità del Natale, che si riflette nella bellezza e nella dolcezza dei canti, nelle luci delle nostre case e nell’incontro delle nostre famiglie, intorno alla mensa: Dio è venuto tra noi, come un bambino, Dio è così potente da farsi debole, come un infante che non può ancora parlare, Dio ha così a cuore il nostro destino di creature ferite dal male e dalla morte, che si è coinvolto con la nostra storia. Nella liturgia e nella preghiera della Chiesa, carissimi amici, noi non commemoriamo un fatto passato, in realtà lo celebriamo, lo riviviamo, perché davvero Cristo, nato a Betlemme, nasce oggi per noi, si fa presente a noi e ci fa partecipare della grazia sorgiva della sua nascita. Così al salmo responsoriale abbiamo potuto ripetere: «Oggi è nato per noi il Salvatore»; e le parole dell’angelo le ascoltiamo rivolte a noi, qui convenuti questa notte: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11). Allora, in questa notte e in questo tempo di Natale che si apre, a noi è chiesto innanzitutto di sostare davanti a questo Bambino, di guardare l’evento, custodito dalla memoria evangelica e rappresentato nel segno del presepe, un segno “inventato”, non a caso, da un uomo innamorato di Cristo, come San Francesco d’Assisi. Il santo voleva vedere con i suoi occhi la scena di Betlemme, per assaporare la gioia pura e luminosa di questa nascita, inizio e radice di tutta l’opera di salvezza, che Gesù realizzerà per noi, nella sua vita, nella sua morte e nella sua risurrezione. Guardiamo e sostiamo, lasciamoci toccare e pervadere dallo stupore della fede, contempliamo il mistero di un Dio così diverso dalle nostre immagini e dalle nostre idee, un Dio che si fa vicino a noi, a me e a te, in un modo impensato e sorprendente. Ci possono aiutare le parole di Sant’Aelredo di Rievaulx, un monaco del medioevo, che ho potuto leggere in questi giorni su un biglietto augurale: «Come potrebbe essere più di così con me? Piccolo come me, debole come me, povero come me; in tutto è divenuto simile a me, prendendo ciò che è mio e donando ciò che è suo». Ora, fratelli e sorelle, questa presenza nuova di Cristo che cosa genera nella nostra storia? Genera una comunità, un popolo, che prosegue e dilata l’esperienza d’Israele: è il popolo dei credenti, che si chiama Chiesa, di cui noi siamo parte per il dono del Battesimo e che acquista il volto concreto e familiare di una comunità cristiana, in cui crescere nella fede. Nelle letture di questa messa vi sono cenni al formarsi di questa compagnia di uomini e donne, convocati dal Signore presente nella nostra carne. Il profeta Isaia vede sorgere una luce che illumina la notte di un popolo oppresso, che riprende a camminare nella libertà grazie a questo bambino regale, a questo figlio donato: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). San Paolo, rivolgendosi a Tito, proclama la manifestazione di Dio in Gesù salvatore, in lui «è apparsa la grazia di Dio» (Tt 2,11), il suo amore benevolente e misericordioso. Il cammino di Cristo raggiunge il suo culmine nell’offerta di se stesso sulla croce – egli è venuto per dare se stesso per tutti noi - un’offerta che è liberazione e riscatto dal peccato e che dà origine al popolo dei salvati: «Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Tt 2,14). Nel racconto di Luca, intorno al neonato di Betlemme, si raccoglie con Maria e Giuseppe un piccolo gruppo di pastori, che faranno ritorno, «glorificando e lodando Dio»: fin dall’inizio Gesù attira uomini a sé e così accadrà nella sua missione itinerante in età adulta, per le vie della Galilea, facendo sorgere il primo nucleo della Chiesa con la comunità dei Dodici e dei discepoli che lo seguono. Ecco, fratelli e sorelle, è in questa realtà viva, integralmente umana e allo stesso tempo portatrice di una presenza divina, è nella Chiesa, popolo di Dio e corpo vivente di Cristo, che il mistero del Natale rimane attuale e operante: Cristo nasce in mezzo a noi, in noi, e ci fa rinascere come figli. Vivere la Chiesa, attraverso un’appartenenza libera e intelligente alla sua vita, è l’unica strada per vivere la contemporaneità di Cristo a noi, per scoprire come davvero egli sia l’Emmanuele, il Dio con noi, «tutti i giorni fino alla fine del mondo». Ciò che è apparsa nel silenzio di Betlemme, è una vita nuova, che ha il volto tenero e fragile di un bimbo, deposto in una mangiatoia; così la Chiesa, comunità di uomini e donne che accolgono e testimoniano il Vangelo di Gesù, è una vita che da duemila anni penetra l’esistenza e la storia, è una vita reale, che porta con sé parole grandi e vere – le parole della Scrittura e della fede -, che si esprime e si comunica attraverso la celebrazione dei sacramenti e la carità operosa, che si rende trasparente e affascinante nei volti dei suoi figli migliori, che sono i santi di ogni tempo. Fratelli e sorelle, se vogliamo entrare nel mistero del Natale, del Dio che si fa presenza umana e familiare, accettiamo di prendere parte al cammino del popolo cristiano. Con Maria e Giuseppe, con i pastori, con i primi discepoli di Gesù, riconosciamo il Signore che è venuto e che abita tra noi, adoriamo la sua viva presenza nel corpo eucaristico e nel corpo ecclesiale, lasciamo che la nostra libertà sia mossa e commossa dal volto di testimoni autentici, capaci di destare un’attrattiva profonda nel cuore per la loro umanità ricreata dalla fede in Cristo. Sia questo il nostro modo di celebrare il Natale del Signore: non un devoto ricordo, soffuso di nostalgia, ma lo stupore grato per una Presenza che continua a riaccadere oggi per noi. Amen!

 + Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


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