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L'omelia del Vescovo Corrado per la S. Messa di fine anno    versione testuale

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione domenica 31 dicembre nel Duomo di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,
il passaggio da un anno che finisce a un anno che si apre davanti a noi, secondo il computo del calendario civile nel nostro mondo, avviene per noi cristiani nella luce del Natale, perché con questa celebrazione vespertina, entriamo nell’ultimo giorno dell’Ottava natalizia, solennità di Maria, madre di Dio. Con questo antichissimo titolo mariano, titolo davvero impressionante, perché veneriamo una donna, una creatura come madre del suo Creatore, madre di Dio che in lei si è fatto uomo, noi confessiamo il mistero di Cristo, Figlio di Dio e figlio di Maria, e il mistero della vergine, madre feconda per la potenza dello Spirito.
Così, proprio mentre viviamo l’esperienza dell’inesorabile scorrere degli anni, siamo ricondotti al cuore del tempo, a quella pienezza di cui ci ha parlato l’apostolo Paolo nel passo della sua lettera ai Gàlati: «Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna …» (Gal 4,7). Sì, fratelli e sorelle, il tempo che passa ha già raggiunto la sua pienezza nel momento in cui l’Eterno si è reso presente tra noi, nel volto di un bimbo, nato da donna, una donna di nome Maria di Nazaret, e da quel momento, ogni istante che viviamo è prezioso, è gravido dell’eterno, perciò non va sprecato e semplicemente consumato, magari con la tristezza e la malinconia di chi sente perduto per sempre il tempo che passa.
Noi, nelle prossime ore, diremo parole di augurio per l’anno che viene, e ora, in questa celebrazione, guardando l’anno che si chiude, renderemo grazie a Dio con il canto del Te Deum, ma, al di là di una tradizione e di un umanissimo desiderio di bene per noi, per i nostri cari, per il nostro mondo, che cosa significa festeggiare il passaggio a un nuovo anno? Se il tempo che scorre fosse solo un’inesorabile corsa verso il nulla, che cosa c’è da festeggiare? Se l’istante che viviamo è solo un momento, che cerchiamo di trattenere, quando è piacevole, o di attraversare in fretta, quando è faticoso o doloroso, che senso ha il trascorrere della vita e della storia?
Ecco, fratelli e sorelle, nella fede in Cristo, nell’esperienza della compagnia fedele di Dio alla nostra vita, tutto acquista una luce, una profondità, una speranza che, prima di Gesù, erano ignote e inimmaginabili, tanto che nella cultura greco-latina antica il tempo non aveva un significato positivo, prevaleva l’immagine di un ciclo che eternamente ritorna e stancamente si ripete. Ma se Dio è entrato nel tempo, e se ha aperto il tempo all’eterno, se il nostro destino, come figli nel Figlio, è un destino di risurrezione e di vita, oltre il tempo, allora ogni giorno è qualcosa di grande, è un passo nel cammino verso il nostro destino, un passo un avanti, verso l’incontro definitivo con Colui che ci è venuto incontro, con il Signore che ora si fa conoscere, ora si rende familiare a noi!
 
Così, carissimi amici, ha senso fare festa, senza inutili e folli stordimenti, ha senso farci gli auguri, ha senso ringraziare per un anno che sta ormai alle nostre spalle, carico di giorni belli e lieti, di giorni sofferti e tristi, di esperienze positive e di prove che hanno segnato o magari stanno segnando la nostra esistenza, e siamo invitati a vivere intensamente il tempo che passa, l’istante, a imparare l’arte di vivere davvero, senza restare alla superficie di noi stessi e di ciò che accade.
Perché, vedete, oggi tutti corriamo un duplice rischio: da una parte spesso rischiamo di perdere il momento che viviamo, di non essere presente con tutto noi stessi all’istante che ci è dato, siamo “distratti”, facciamo una cosa e ne pensiamo un’altra, mentre parliamo a un amico o lo ascoltiamo, guardiamo il cellulare, rispondiamo a una chiamata, vediamo se ci sono arrivati dei messaggi, sempre connessi ma con qualcosa d’altro rispetto a ciò che stiamo facendo, al volto della persona con cui stiamo in quel momenti. In questo mondo rischiamo di non essere da nessuna parte, la vita ci scivola addosso, accade senza che noi ce ne accorgiamo. Come diceva il grande poeta inglese Thomas Stearns Eliot nei suoi Cori della rocca, nel lontano 1939 «Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo? Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?».
L’altro rischio, opposto, è lasciarci totalmente assorbire dall’istante, soprattutto quando richiede impegno o quando dona gioia e piacere, vivendo però come frammentati, senza la percezione di costruire una storia, senza la coscienza di un significato che sia capace di abbracciare tutto.
Così rischiamo di perdere la vita vivendo! Di consumare esperienze, ma senza trattenere nulla di grande e di vero!
 
Nella liturgia di oggi, sta davanti a noi la figura di Maria, la madre che sa vivere intensamente il mistero in cui è coinvolta la sua vita, così come ce la raffigura San Luca nel vangelo della natività: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). La madre nel silenzio, custodisce, non si lascia sfuggire ciò che sta accadendo, è presente con tutta se stessa, e quindi medita, riflette; se volessimo tradurre in modo più fedele il verbo che usa l’evangelista, dovremmo dire «mette insieme, in relazione confronta, fa sintesi». Ecco Maria, nella sapienza e nella semplicità della sua fede, fa sintesi di ciò che vive: non perde l’intensità dell’istante, attraverso un cuore desto e vigile.
È il cuore che decide della vita, di come sappiamo attraversare le circostanze, e il cuore, nel linguaggio biblico, indica il fondo di noi stessi, la coscienza, la nostra interiorità, la straordinaria capacità d’essere presenti a noi stessi, di accorgerci di ciò che stiamo vivendo, di vivere consapevolmente, partecipando interiormente a ciò che accade. Solo così siamo davvero uomini e donne dal volto umano, solo così i nostri gesti acquistano significato e profondità!
Così inteso, il cuore non è chiusura intimistica, ma è apertura alla realtà, è disponibilità all’incontro con l’altro, è apertura a Dio, al mistero che si affaccia in ogni frammento dell’essere e che entra in rapporto con noi: proprio vivere al cospetto di Dio, alla sua presenza, vivere sotto il suo sguardo è ciò che ci consente di vivere in pienezza, abbracciando l’istante, comunque sia, sapendo rendere grazie a Colui che ci dona ogni momento di vita e affidando a lui il cammino della nostra libertà.
 
Con questo cuore, carissimi fratelli e sorelle, rendiamo grazie al Padre per i giorni dell’anno trascorso, per il cammino della nostra Chiesa e delle nostre famiglie: nel 2017, qui nella nostra cattedrale, lo scorso 13 maggio, nel centenario delle apparizioni della Vergine a Fatima, abbiamo consacrato la nostra Diocesi al Cuore Immacolato di Maria. È stato un evento di popolo, che si è raccolto sotto gli occhi della Madre, e stasera rinnoviamo il nostro affidamento a lei, Madre di Dio e madre degli uomini.
A Maria, fin da ora, vorrei consegnare la prossima Visita pastorale che, a Dio piacendo, avrò la gioia d’iniziare, alla fine del mese di gennaio, dedicando il 2018 al quarto Vicariato, che comprende la zona di Certosa e di Binasco: sarà una visita che si protrarrà per quattro anni - ogni anno un vicariato della Diocesi – e che vuole essere vissuta da me come un incontro prolungato e, per quanto possibile, personale con le comunità parrocchiali, con le famiglie, i malati, le varie realtà presenti nel territorio. È la mia prima visita pastorale, nella quale desidero conoscere e sostenere il cammino di fede delle comunità e dei loro sacerdoti, con le loro risorse e le loro fatiche, e intendo incoraggiare il percorso avviato nell’anno pastorale in corso sul nostro “essere Chiesa oggi”.
Il motto-tema di questa Visita è la parola del Risorto nel libro dell’Apocalisse: «Ecco: sto alla porta e busso» (Ap 3,20). Questa parola di Cristo esprime il desiderio che, attraverso la visita del Vescovo, sia lui, Gesù, a bussare alla porta delle persone e sia lui a essere accolto, ma nello stesso tempo, questa parola, secondo un’interpretazione proposta più volte da Papa Francesco, ci ricorda che Cristo sta bussando alla porta delle nostre comunità, per uscire e incontrare chi sta fuori, chi non partecipa pienamente alla vita della sua Chiesa.
 
Che la Vergine Assunta, i nostri patroni San Siro e Sant’Agostino, i santi e i beati della nostra terra, in particolare San Riccardo e il Servo di Dio Enzo Boschetti, di cui nel 2018 celebreremo il 25° del suo transito, rendano feconda di grazia questa prima Visita pastorale alla nostra amata Chiesa di Pavia! Amen

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

 


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