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 Il Ticino » Notizie » L'omelia del Vescovo Corrado per la Solennità di Maria Madre di Dio, Giornata della Pace 

L'omelia del Vescovo Corrado per la Solennità di Maria Madre di Dio, Giornata della Pace   versione testuale

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione lunedì 1 gennaio nel Duomo di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,
In questo primo giorno del nuovo anno, celebriamo la Giornata della Pace, istituita dal Beato Paolo VI nel 1968: la scelta di collocare questa Giornata il 1° gennaio ha almeno due ragioni. Innanzitutto, oggi è l’ultimo giorno dell’Ottava natalizia, e la Chiesa venera Maria, come Madre di Dio, del Dio fatto bambino in lei e da lei. Contemplando il mistero che si è compiuto nella giovane figlia di Nazaret, noi sostiamo con stupore, come i pastori, come Maria e Giuseppe, di fronte al grande evento dell’Incarnazione, che porta con sé il dono della vera pace, la pace cantata dagli angeli nella notte Santa. Quel bimbo adagiato nella mangiatoia è il principe della pace, anzi, è «la nostra pace», come dirà San Paolo nella lettera agli efesini, «colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (Ef 2,14). Gesù viene tra noi come redentore, chiamato a costituire un unico popolo, annullando la divisione - quella che allora esisteva tra i figli d’Israele e le genti - e ogni altra forma di separazione che purtroppo si crea nella storia degli uomini; nella sua carne, offerta per noi sulla croce, nel suo sangue, versato per noi, sta la sorgente della pace, della riconciliazione tra noi peccatori e il Padre ricco di misericordia, e della comunione tra noi, resi fratelli perché figli nel Figlio. Così, mentre accogliamo nella gioia della fede la nascita di Cristo, Signore e principio di una nuova umanità, sentiamo l’esigenza di pregare per il dono della pace, così fragile, così minacciato da conflitti, guerre, ingiustizie, che continuano a ferire il mondo.
Vi è poi, un secondo motivo per collocare nel primo giorno dell’anno questa Giornata per la Pace, ed è il naturale augurio e desiderio di bene che accompagna il passaggio a un nuovo anno: è un bisogno incoercibile del cuore, come una speranza che sempre rinasce, nonostante ogni delusione e ogni prova, esprimere l’augurio di un anno nuovo che sia più sereno e lieto per tutti, e in questo augurio, vibra il desiderio di pace, di giustizia, di un futuro più sereno per noi, per le nostre famiglie, per i popoli. La liturgia ci fa ascoltare la bellissima benedizione sacerdotale di Mosè ad Aronne e ai suoi figli, che diventa preghiera e invocazione di pace:
«Ti benedica il Signore e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26).
 
In queste ore il pensiero va soprattutto ai popoli che da troppo tempo conoscono le sofferenze della guerra, la miseria della fame, la privazione della libertà, in particolare della libertà religiosa, e la violazione dei diritti delle persone, delle famiglie e delle comunità.
Proprio queste tragedie e questi drammi, che coinvolgono milioni d’innocenti, sono alla radice del fenomeno dell’impressionante crescita, in questi ultimi anni, del numero di profughi e rifugiati: oggi, come ricorda Papa Francesco nel messaggio per questa 51ª Giornata della Pace, dal titolo “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”, vi sono oltre 250 milioni di migranti nel mondo, e di questi ben 22 milioni e mezzo sono rifugiati, che «che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale» (n. 1).
Il messaggio del Papa è rivolto a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, e chiama ovviamente in causa i responsabili delle nazioni e delle organizzazioni internazionali, ai quali spetta un particolare compito nel gestire, in modo saggio, prudente e rispettoso del bene e dei diritti degli uomini, questo fenomeno complesso, che certamente ci accompagnerà per lungo tempo.
Tuttavia, tutti siamo coinvolti, perché questi fratelli che provengono da nazioni straniere, come profughi o come migranti per differenti ragioni, raggiungono le nostre terre, l’incontriamo nelle nostre città, trovano ospitalità presso strutture pubbliche o presso realtà ecclesiali e della società civile. Sappiamo bene che non mancano problemi e tensioni, che ci possono essere modi inadeguati di gestire questa presenza, che purtroppo possono favorire il crescere di atteggiamenti di chiusura, di sospetto, di paura, se non anche di disprezzo, di xenofobia e di razzismo, anche tra persone che si dicono cristiane!
Ora, non posso riprendere nello spazio di un’omelia, tutto il messaggio del Papa e vi invito a leggerlo con attenzione, senza accontentarvi delle sintesi, talvolta delle riduzioni o deformazioni di certa stampa. Mi limito solo a richiamare due aspetti della proposta autorevole che Francesco offre al mondo e alla Chiesa.
 
Un primo tratto è la consapevolezza di una reale complessità del fenomeno, contro ogni semplificazione demagogica, anche di opposto orientamento: «Accogliere l’altro richiede un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate. Praticando la virtù della prudenza, i governanti sapranno accogliere, promuovere, proteggere e integrare, stabilendo misure pratiche, “nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, [per] permettere quell’inserimento”. Essi hanno una precisa responsabilità verso le proprie comunità, delle quali devono assicurare i giusti diritti e lo sviluppo armonico, per non essere come il costruttore stolto che fece male i calcoli e non riuscì a completare la torre che aveva cominciato a edificare» (n. 1).
Accogliere questi fratelli e queste sorelle, in modo proporzionato alle risorse degli stati e delle nazioni che li ospitano, e in modo da promuovere un loro inserimento dignitoso nel mondo del lavoro e delle relazioni sociali, favorire una vera integrazione che eviti la formazione di ghetti o di comunità chiuse in se stesse, estranee alla cultura del luogo dove ora vivono, avviare una politica di collaborazione con gli Stati dai quali partono i profughi e i migranti, per risolvere conflitti e guerre, per favorire la crescita di un’economia locale che consenta una giusta distribuzione del reddito a tutte le fasce della popolazione, tutto questo processo è un lavoro di lunga durata, che chiede uno sguardo lungimirante, che coinvolge tutti, in modo differente, sia chi accoglie, sia chi è accolto, e che può trasformare il fenomeno delle migrazioni in un’opportunità di crescita, in una sorta di scambio di beni e risorse umane e ideali, tra popoli diversi che, nel dialogo e nel rispetto reciproco, nella custodia della propria identità culturale e religiosa  sono chiamati a incontrarsi.
 
Il secondo tratto di rilievo del messaggio del Papa è racchiuso in quattro verbi – accogliere, proteggere, promuovere, integrare - che rappresentano «quattro pietre miliari per l’azione» e che vanno messi in pratica, con uno sguardo «contemplativo», come lo definisce il Santo Padre: contemplativo non significa “ingenuo” o “trasognato”, ma capace di leggere in profondità, di riconoscere che siamo tutti parte della stessa famiglia umana, e che anche i migranti e i profughi «non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono» (n. 3).
 
Carissimi fratelli e sorelle, affidiamo a Maria, madre di Dio e degli uomini, madre di Cristo e della Chiesa, la causa della pace, chiediamo alla Vergine Santa che dilati il nostro cuore, per saper offrire, anche nella nostra città e nella nostra diocesi, «a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando», e di realizzarla insieme, come figli dello stesso Padre. Amen!


+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

 


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