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L'omelia del Vescovo Corrado per l'azione liturgica del Venerdì Santo   versione testuale

Mons. Sanguineti ha presieduto la liturgia nel pomeriggio di venerdì 30 marzo nella Cattedrale di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,

 

ogni anno, nel Venerdì Santo, noi viviamo questa singolare celebrazione, che nella sua struttura è molto antica e riprende tratti delle liturgie proprie della Chiesa madre di Gerusalemme. Non è una messa, è un’azione liturgica che comprende la memoria della Passione e della morte del Signore, attraverso il racconto del vangelo di Giovanni, seguita dalla grande preghiera universale; l’adorazione della croce, come segno di salvezza e di vittoria; infine la comunione eucaristica con il pane consacrato ieri sera, nella Messa "In Coena Domini". In questo modo, la Chiesa, nella sua sapienza e nella sua fede, ci aiuta a vivere questo giorno nell’atteggiamento più giusto, che è la contemplazione di ciò che Cristo ha compiuto per noi, nelle ore drammatiche della sua sofferenza e della sua morte, riconoscendo già i segni della gloria, nascosta e presente sulla croce. Tanto che noi compiamo un atto davvero paradossale e scandaloso, se ci pensiamo, perché tra poco, ci metteremo in ginocchio davanti alla croce innalzata di fronte a noi. Il diacono, per tre volte, proclamerà: «Ecco il legno della Croce, al quale fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo»; e noi risponderemo: «Venite adoriamo», mettendoci in ginocchio. La croce, lo sappiamo, in sé è un simbolo di morte, è un terribile supplizio, inventato dalla crudeltà degli uomini: solo con Cristo appeso su di essa, si trasforma in un segno di vita e di vittoria. Quale vittoria? La vittoria dell’amore che trasforma un atto d’ingiustizia e di morte in un gesto di suprema donazione, la vittoria della verità che dà testimonianza di sé di fronte alla menzogna del potere, la vittoria della vita, che attraversando la valle oscura della morte, fiorisce nella risurrezione. L’evangelista Giovanni, narrando gli eventi finali della vicenda storica di Gesù Nazareno, coglie e indica i segni di una gloria regale, che certamente si rende manifesta nella risurrezione, all’alba del primo giorno dopo il sabato, ma che è già presente nei momenti della passione. Potremmo dire che, per Giovanni, il modo stesso con cui Gesù vive l’epilogo della sua esistenza terrena, conferma ciò che Cristo aveva affermato di sé: «Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18). In effetti, nel racconto di Giovanni, si ha l’impressione che Cristo resti sempre protagonista e attore della sua passione, e che alla fine sia davvero lui il re che giudica e smaschera la debolezza e la meschinità degli uomini, soprattutto dei potenti, dai sommi sacerdoti al prefetto Ponzio Pilato. Quando giungono nell’orto degli ulivi gli uomini mandati ad arrestarlo, Gesù si presenta a loro con un’autorevolezza che incute timore: «Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. (…) Appena disse loro “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra» (Gv 18,4-6). Nella casa di Anna, è interrogato dal sommo sacerdote Caifa, e davanti alla sua risposta chiara, riceve uno schiaffo da una guardia: «Così rispondi al sommo sacerdote?». La reazione di Gesù è ferma e carica di una dignità regale: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23). Ma ancora più impressionante è la figura di Cristo nel confronto con Pilato: andrebbe riletto e meditato tutto il dialogo tra i due, e di nuovo ci accorgeremmo dell’imponenza di Gesù, della dignità mite con cui afferma il suo essere “re” di un regno «che non è di questo mondo», secondo una modalità ben diversa da quella che Pilato ha in mente. Alla domanda diretta del prefetto di Roma, «Dunque tu sei re?», Gesù risponde in forma solenne: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,37). Così, più prosegue la narrazione, più ai nostri occhi si fa piccola la figura di Pilato, il potente che apparentemente giudica e condanna, in realtà debole, è lui a essere “giudicato” da Cristo: capisce che Gesù è innocente, che non ha fatto nulla di male, eppure, pressato dalla folla e impaurito dalle grida dei Giudei - «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare» (Gv 19,12) – cede e condanna il misterioso Nazareno, che alla fine si chiude in un silenzio impenetrabile. Carissimi fratelli e sorelle, nella passione secondo Giovanni, sta di fronte a noi il vero re: giudicato e condannato, è lui che nella sua assoluta innocenza e nel suo affidamento al Padre, ci giudica e ci salva, rendendo testimonianza alla verità su Dio e sull’uomo, e svelando l’inconsistenza di ogni potere che si costruisce sulla menzogna e sulla paura. È davvero il testimone fedele e degno di fede, che siamo invitati a guardare, per imparare e ricevere da lui, il vero “Signore del mondo”, la forza mite di chi testimonia la verità, disposto anche a pagare di persona. Quante volte, nella storia, i discepoli di Cristo sono stati chiamati a rivivere la passione del loro Signore, dai primi martiri nell’impero romano, ai tanti cristiani ancora oggi perseguitati nel mondo! Quante volte, nei regimi totalitari, la testimonianza della verità, il rifiuto di adeguarsi alla menzogna di un pensiero imposto, più o meno dolcemente, si è rivelato, alla lunga, quel «potere dei senza potere», di cui ha parlato più volte Vaclav Havel, dissidente nella Cecoslovacchia comunista degli anni Settanta e poi primo presidente della nuova Cecoslovacchia, nata dalla “Rivoluzione di velluto” del novembre 1989. E non dimentichiamo che sono differenti le forme di totalitarismo nella nostra epoca: oltre ai totalitarismi del Novecento, quello nazista e comunista, le «ideologie del male» come le chiamava San Giovanni Paolo II, esistono oggi fondamentalismi religiosi, in ambito islamico e non solo, che creano discriminazioni e tollerano violenze contro i cristiani o gli appartenenti ad altre comunità religiose, ed esiste, nel nostro libero Occidente, quella «dittatura del relativismo» (Joseph Ratzinger-Benedetto XVI), quel «pensiero unico» (Papa Francesco) che tende ad affermarsi con vere e proprie «colonizzazioni ideologiche» (Papa Francesco) e si mostra intollerante per ogni voce che esce fuori dal coro! Contemplare Cristo che nella sua passione si consegna a chi è venuto a prenderlo, e rifiuta il ricorso a ogni violenza, guardare Gesù che soffre e muore, senza nessuna parola di condanna e di odio, ci aiuti a essere anche noi, con Lui e dietro Lui, testimoni umili e miti, limpidi e forti, della verità, quella verità che in Gesù è presente come amore, come suprema misericordia per ogni uomo. Amen.

 
+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

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