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L'omelia del Vescovo Corrado per l'apertura della 50^ Settimana Agostiniana Pavese   versione testuale

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione sabato 21 aprile nella basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro a Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,

 

Con la celebrazione di questa sera apriamo la 50ª Settimana Agostiniana, promossa dall’allora Vescovo di Pavia Antonio Giuseppe Angioni e dall’Ordine dei Padri agostiniani, su espresso desiderio del Beato Papa Paolo VI, grande innamorato di Sant’Agostino. Proprio in questo anno, nel prossimo mese di ottobre, Paolo VI sarà canonizzato e la sua altissima testimonianza di vita e di sapienza sarà posta sul candelabro, davanti alla Chiesa e al mondo. Alla scuola di Agostino, Giovanni Battista Montini è stato un pastore umile e fedele, un pastore buono che ha davvero fatto trasparire il volto dell’unico Buon Pastore, il Signore Gesù: sappiamo che Paolo VI ha guidato la Chiesa in anni non facili, e non è fuggito di fronte ai “lupi”, ha saputo soffrire in silenzio per la sua amata Chiesa, di cui si è sempre sentito, come Agostino, figlio e discepolo, prima che padre e maestro. Spesso criticato e incompreso da più parti, ha offerto la sua vita, giorno dopo giorno, nel servizio diuturno al popolo di Dio, e certamente la figura e l’opera di Sant’Agostino sono state per Paolo VI una grande fonte d’ispirazione. Leggendo e meditando gli scritti del grande Dottore della grazia – tantissimi i rimandi a passi agostiniani che si ritrovano nei testi densi, accurati e pensati di Papa Montini – il beato Pontefice, presto Santo, ha vissuto il gaudio di contemplare amorosamente il volto del suo Maestro e Signore, è diventato un amante della Chiesa, corpo vivo di Cristo – il Christus totus celebrato da Agostino, capo e membra dell’unico corpo – e ha imparato a essere pastore, riflesso vivo del «pastore grande delle pecore» (Eb 13,20), il Pastore che si è fatto agnello «condotto al macello» (Is 53,7). «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore» (Gv 10,11-13): oggi, nella liturgia della quarta domenica di Pasqua, la “domenica del buon pastore”, ascoltiamo queste parole di Gesù nel vangelo di Giovanni. Cristo si presenta a noi come il buon pastore, il “pastore” bello, la cui bellezza si manifesta nella sua bontà, nella sua dedizione totale alle pecore del suo gregge, a noi che siamo i “suoi”. È il pastore che depone la sua vita per le pecore, la consuma per loro, fino al dono totale di sé; è il pastore che non fugge davanti al lupo, e che ha a cuore il bene delle pecore, perché sono sue, gli appartengono. Qui sta la differenza profonda con il mercenario: costui non ha un legame d’amore con il gregge, affidato alla sua custodia, riceve una paga per il suo servizio, ma nell’ora del pericolo, non mette in gioco la sua vita. Non così il pastore: il pastore che è Gesù stesso, e che continua a vivere e a operare attraverso coloro che nella sua Chiesa sono pastori, pastori autentici, e non mercenari! Proprio la quarta domenica di Pasqua, per volontà di Papa Paolo VI, dal 1964 è diventata anche la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni, soprattutto per le vocazioni al ministero ordinato: preghiamo il Signore che continui a suscitare nelle nostre comunità e tra i nostri giovani vocazioni belle e vere al sacerdozio, e che non faccia mancare alle nostre comunità sacerdoti e pastori secondo il suo cuore, testimoni e segno di Cristo pastore e sposo della sua Chiesa. Commentando questo passo di Giovanni, Sant’Agostino scrive: «Chi è dunque il mercenario? Vi sono alcuni nella Chiesa che sono preposti in autorità, e di essi l’apostolo Paolo dice: Cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo (Fil 2, 21). Che vuol dire cercano i propri interessi? Vuol dire che non amano Cristo di un amore disinteressato, che non cercano Dio per se stesso; cercano privilegi e vantaggi temporali, sono avidi di denaro, ambiscono onori terreni. Tal sorta di prelati che amano queste cose e per esse servono Dio, sono mercenari; non possono considerarsi figli di Dio. (…) È infatti nostro compito somministrare il divino nutrimento a chi, come voi, serve il Signore; guidiamo ai pascoli del Signore le pecore assieme alle quali anche noi ci nutriamo» (S. Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 46,5.8). Sappiamo con quale coscienza Agostino abbia vissuto il suo ministero di vescovo, ministero da lui non ricercato, ma accolto in obbedienza al Signore e al volere del popolo cristiano d’Ippona. Quanta trepidazione avvertiva di fronte alla sua responsabilità, e quanto vivo era il suo desiderio di servire, fino in fondo, il suo gregge, del quale si sentiva guida e pastore, e nello stesso tempo, membro e compagno, secondo la sua celebre definizione: «Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano». Le parole appena citate del suo commento al capitolo decimo del vangelo di Giovanni sono certamente un monito per noi vescovi e presbiteri, e ci ricordano che la condizione per essere davvero pastori e non mercenari, è riconoscere che con voi fedeli, siamo figli della stessa madre Chiesa, che ci genera e ci educa alla fede, e che come voi, siamo chiamati a entrare in una relazione di appartenenza a Cristo, unico Maestro e Signore, il Pastore, capo e sposo della sua Chiesa, del quale tutti noi siamo membra! Un pastore che non fosse umile e affezionato figlio della Chiesa, e figlio del Padre di tutti, rischia di mettere se stesso al centro e di non condurre i suoi fedeli ai pascoli del Signore, alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, di cui tutti ci nutriamo. Un pastore che non vivesse un ardente amore a Cristo, rischia di cercare sostegno e appoggio in forme mondane di prestigio e di potere. Chiediamo al Padre, per intercessione di Sant’Agostino, all’inizio di questa Settimana, segnata dalla memoria della conversione e del battesimo di questo grande figlio e padre della Chiesa, che noi pastori e guide possiamo essere fedeli alla nostra missione, senza recare scandalo e senza offuscare la bellezza di Cristo, il Buon Pastore del suo popolo. In questa 50ª Settimana Agostiniana, mettiamoci di nuovo alla scuola del Santo Vescovo d’Ippona e del suo discepolo sapiente e illuminato, il Beato Paolo VI, che volle la realizzazione di questa iniziativa nella nostra città di Pavia, custode, da secoli, dei resti venerati di Sant’Agostino: impariamo da questi testimoni così lontani nel tempo, eppur così vicini nella loro sensibilità e nella loro sintonia con le inquietudini dell’uomo moderno, a sentirci tutti, pastori e fedeli, figli grati e innamorati della Chiesa, desiderosi di amarla e servirla con la riforma di noi stessi, con la nostra incessante conversione a Cristo e al suo Vangelo, con il servizio umile e nascosto ai fratelli. Permettete che chiuda questa mia omelia con le parole del Beato Paolo VI, parole di profondo amore alla Chiesa, parole che hanno un sapore “agostiniano” e che possono illuminare il nostro cammino sulle orme del grande Vescovo d’Ippona, padre e maestro della nostra Chiesa: «Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono, d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all'estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. (…) E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo» (Paolo VI, Pensiero alla morte). Amen!

 

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


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