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L'omelia del Vescovo Corrado per la Solennità di S. Agostino   versione testuale

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione la mattina del 28 agosto nella basilica di S.Pietro in Ciel d'Oro a Pavia


Carissimi fratelli e sorelle, Reverendi Padri,

 

La solennità di Sant’Agostino, quest’anno, è segnata dalla dipartita da noi del caro padre Giancarlo Ceriotti, che per anni ha vissuto il suo ministero, il suo impegno di studio e di preghiera qui nel convento, accanto a questa chiesa che custodisce i resti del grande Dottore della grazia: domani celebreremo la santa messa esequiale per padre Giancarlo, ma fin da ora offriamo la nostra preghiera per lui, nella viva speranza che ora possa incontrare, il suo Signore e con lui, il santo da lui tanto amato, nella festa eterna del cielo. In questa celebrazione vogliamo guardare ad Agostino come pastore e vescovo esemplare; viviamo tempi non facili per il cammino della Chiesa, e purtroppo in questi ultimi mesi ci sono stati, in varie nazioni, gravi atti di abuso e contro-testimonianze, tra sacerdoti e vescovi, che stanno creando scandalo e dolore nel popolo di Dio: in queste ore la stessa persona del Santo Padre Francesco è stata fatta oggetto di critiche e accuse. Mentre ci stringiamo con la preghiera intorno a Papa Francesco, chiediamo al Signore che non lasci mancare alla sua Chiesa il dono di pastori autentici, veri servi di Dio e del popolo cristiano, testimoni limpidi e credibili del Vangelo. Sant’Agostino è stato un grande vescovo, che ha guidato per lunghi anni, dal 397 al giorno della sua morte, il 28 agosto 430, la comunità d’Ippona, nell’Africa settentrionale, in anni inquieti: sia per la situazione interna alla Chiesa, che conosceva divisioni e scismi provocati da eresie, come il donatismo, e vedeva la sua fede insidiata da correnti ereticali, come il pelagianesimo, sia per la situazione sociale e politica, perché l’impero romano era ormai in crisi, minacciato dalla nuove popolazioni barbare che ne insidiavano i confini. Agostino, con la profondità del suo pensiero, offrì al suo popolo una ricca predicazione, nutrita di un amoroso studio e commento delle Sacre Scritture, e con i suoi scritti, affrontò il movimento donatista e il pelagianesimo, mostrando la verità del Vangelo e della dottrina della fede. Si prese cura della vita concreta della sua comunità e della città d’Ippona, venendo in soccorso anche a necessità materiali e quotidiane della sua gente, e soprattutto visse il travaglio di un mondo che stava per tramontare: mentre la sua Ippona era assediata dai Vandali, egli si ammalò nel 429 e morì l’anno dopo, nella città ormai destinata a soccombere. Il suo corpo fu sottratto ai Vandali, nei giorni della distruzione e dell’incendio d’Ippona, e fu poi trasportato a Cagliari nel VI secolo, insieme alle reliquie di altri santi africani. Come noto, sarà il re longobardo Liutprando, i cui resti riposano in questa basilica, a riscattare le reliquie del santo, acquistandole dai saraceni della Sardegna e a portarle qui a Pavia nel VII secolo. Sant’Agostino è stato così uomo di pensiero e d’azione, teologo di altissimo valore, filosofo che ha lasciato una traccia profonda nello sviluppo della riflessione nel mondo latino ed europeo, ma, prima di tutto, è stato un vescovo, un servitore innamorato della sua Chiesa, dedito al bene delle anime, all’edificazione della comunità credente. Per questo motivo le letture proposte ci parlano, soprattutto, del compito e della figura di chi è chiamato a essere guida e pastore, e possiamo raccogliere tratti fondamentali, che in Sant’Agostino si sono realizzati e che rimangono riferimento essenziale per chi oggi è posto, nel popolo di Dio, come pastore (presbiteri, vescovi e Papa). Nella pagina di Giovanni, Gesù è presentato a noi come la porta delle pecore, per la quale entra il pastore e attraverso la quale le pecore sono condotte fuori ai pascoli che le nutrono: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Allo stesso tempo, Gesù s’identifica con il pastore buono, che dà la vita per le sue pecore e che le conosce in una relazione pienamente corrisposta: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. (…) Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me …» (Gv 10,11.14). Abbiamo qui i segni che distinguono il pastore autentico da colui che è soltanto un mercenario, o peggio, da un ladro che vuole rubare e uccidere: il pastore che riflette il volto di Cristo, innanzitutto passa attraverso la porta che è Cristo stesso, e conduce le persone a lui affidate a entrare attraverso questa porta, a mettere al centro della loro vita il mistero di Cristo, la sua presenza che salva, la sua grazia che trasforma, «perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Di quale vita si tratta? Della vita vera, eterna, della vita di Dio partecipata a noi, fin da ora nella fede e nel dono dei sacramenti: la vita che inizia già nel tempo e che non finisce più, oltre il limite della morte. Attraverso l’annuncio del Vangelo e la celebrazione dei santi segni sacramentali, noi vescovi e sacerdoti, siamo al servizio del popolo cristiano, popolo di cui siamo parte, perché prima che pastori, siamo anche noi pecore del gregge di Dio, seguiamo l’unico Signore e siamo membra del suo corpo, fratelli e padri, maestri e discepoli. Quante volte Agostino ha ricordato ai suoi fedeli la condizione che definiva la sua identità: «Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell’incarico ricevuto, questo della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza» (Discorso 340, Nell’anniversario della sua ordinazione, 1). Il pastore, secondo il cuore di Cristo, dà la vita per le sue pecore, si sente legato al bene dei suoi fedeli, e il dono della vita non si realizza solo nel martirio, ma prima di tutto nell’offerta lieta e quotidiana di sé, nel consumare, giorno dopo giorno, energie e tempo nel servizio alla Chiesa, nell’amore fattivo alle anime. Disposti a lottare contro i lupi, che vogliono rapire e disperdere il gregge. I lupi sono i cattivi maestri, che confondono e illudono, e purtroppo possono anche travestirsi da pecore o da pastori, che allontanano il gregge di Cristo dai pascoli della verità, della parola di Dio, della fede della Chiesa, per proporre pensieri, opinioni, suggestioni fallaci! Agostino ha vissuto l’impegno a fronteggiare i lupi del suo tempo, pur di non far mancare al suo popolo il pane buono e sostanzioso della retta dottrina e della Parola amorosamente spezzata e trasmessa. Il forte invito di San Paolo al discepolo Timòteo è stato accolto e praticato dal santo vescovo d’Ippona, che non si è preoccupato del plauso degli uomini, e non si è nascosto le minacce rappresentate da certi falsi maestri, in nome del dialogo o di un irenismo a buon mercato: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. … vigila attentamente, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero» (2Tm 4,2.5). Infine, il pastore fedele vive a contatto con le sue pecore, le conosce e si fa da loro conoscere: non è un uomo isolato, non è un funzionario del sacro, ma è un padre che entra in relazione con il suo popolo e stabilisce rapporti di conoscenza e di amore con le persone, con uno sguardo di predilezione per i poveri, i sofferenti, per chi sente di più la propria debolezza e fragilità. Agostino era un vescovo che si lasciava incontrare dalla sua gente, che sapeva soffrire e gioire con i suoi fedeli, che cercava la comunione con i suoi presbiteri e con i diaconi della sua Chiesa: guidava il suo popolo, e nello stesso tempo camminava con il suo popolo, sapendo edificare amicizie belle ed evangeliche, che diventavano sorgente di luce e di grazia anche per la sua persona, così sensibile, così appassionata, così amante della bellezza e della bontà. Così San Giovanni Paolo II ha descritto Agostino pastore: «Egli si sentì in tutto servo della Chiesa – “servo dei servi di Cristo” - traendo da questo presupposto tutte le conseguenze, anche le più ardue come quella di esporre la propria vita per i fedeli. Chiedeva infatti al Signore la forza di amarli in modo da essere pronto a morire per loro … Era convinto che chi, messo a capo del popolo, non avesse questa disposizione, più che vescovo, era simile a “un fantoccio di paglia che sta nella vigna”. In altre parole egli vuole che vescovi e sacerdoti servano i fedeli come Cristo li ha serviti. “In che senso chi presiede è servo? Nel senso stesso in cui fu servo il Signore”. Fu il suo programma» (dalla lettera apostolica Augustinum Hipponensem, 28/08/1986). Fratelli e sorelle, affidiamo a Sant’Agostino il Papa, i vescovi, i presbiteri perché siano davvero immagine e segno del buon Pastore, che continua a prendersi cura del suo gregge: circondiamo di affetto e di preghiera i nostri pastori, perché possano servire con fedeltà il popolo cristiano, e custodire il suo cammino nella via della verità e della carità. Amen!

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


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