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La Sacra Scrittura di domenica 16 settembre   versione testuale

Il commento di don Michele Mosa: "Non ho opposto resistenza"


Servire: compito che vorremmo lasciare ad altri. (Per poi magari scadere nel servilismo). Servire: vocazione che invece coinvolge tutti noi. Dentro più che nonostante le nostre – comprensibili – resistenze. Vorrei provare a riflettere sulle nostre resistenze: di che tipo sono? Dove affondano le loro radici?  Come si possono vincere? Alcune nascono dal sentirci sottovalutati: non comprendono e non valorizzano i miei doni. Altre dall’ambiente: questa gente non se lo merita. Altre ancora dal messaggio che dobbiamo trasmettere: basta pensare a Giona o alla domanda di Gesù ai discepoli: «volete andarvene anche voi?». Le resistenze…Nell’ “Evangelii gaudium” il Papa ne parla descrivendole come 1) resistenza dell’io 2) resistenza al messaggio 3) resistenza delle proprie sicurezze. «Oggi si può riscontrare in molti operatori pastorali, comprese persone consacrate, una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione, che porta a vivere i propri compiti come una mera appendice della vita, come se non facessero parte della propria identità. […] Così, si possono riscontrare in molti operatori di evangelizzazione, sebbene preghino, un’accentuazione dell’ ‘individualismo’, una ‘crisi d’identità’ e un ‘calo del fervore’. Sono tre mali che si alimentano l’uno con l’altro». (78). «La cultura mediatica e qualche ambiente intellettuale a volte trasmettono una marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa, e un certo disincanto. Come conseguenza, molti operatori pastorali, benché preghino, sviluppano una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni. […] In questo modo il compito dell’evangelizzazione diventa forzato e si dedicano ad esso pochi sforzi e un tempo molto limitato». (79) «Si sviluppa negli operatori pastorali, al di là dello stile spirituale o della peculiare linea di pensiero che possono avere, un relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale. Ha a che fare con le scelte più profonde e sincere che determinano una forma di vita. Questo relativismo pratico consiste nell’agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sognare come gli altri non esistessero, lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero. […] Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!». (80) Ancora una volta ci è chiesto un impegnativo esame di coscienza per riprendere con entusiasmo il nuovo anno pastorale.

 

Don Michele Mosa


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