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L'apertura dell'anno pastorale della Diocesi nel Duomo di Pavia   versione testuale

L'editoriale del Vescovo Corrado Sanguineti su "il Ticino" del 14 settembre


In queste settimane di settembre, la vita delle nostre famiglie e comunità riprende il suo ritmo consueto, con gli impegni di lavoro, di studio, con la ripresa delle scuole e delle attività a livello sia civile che ecclesiale. Ci lasciamo alle spalle un’estate certamente ricca di appuntamenti e di esperienze belle e positive, che ci hanno fatto crescere anche nell’esperienza della fede, ma nello stesso tempo, ci sono eventi e circostanze che segnano in modo pesante il clima umano e sociale: accanto a segni e testimonianze che mostrano uomini e donne, di diverso orientamento ideale, impegnati a promuovere un vissuto più umano, tesi a sostenere esperienze costruttive e feconde nei vari campi dell’attività culturale, sociale, economica e politica, non possiamo non registrare sintomi preoccupanti di una crescente insofferenza che si esprime come paura dello straniero, come chiusura egoistica sui propri interessi, come incapacità di accoglienza e di condivisione verso chi sta peggio di noi, così com’è sotto gli occhi di tutti un certo modo “gridato” di fare politica, sempre alla ricerca di “colpevoli” o di possibili avversari. Anche la tragedia del crollo del ponte Morandi, a Genova, è stata occasione per alzare i toni, per identificare subito qualcuno da accusare: se chiaramente è giusto verificare e sanzionare eventuali responsabili delle gravi omissioni che hanno reso possibile la morte d’innocenti, non è bene cavalcare il malcontento e lo sconcerto della popolazione, pronunciando facili sentenze di condanna. Purtroppo anche nella Chiesa, veniamo da settimane in cui le ombre sembrano essere più forti delle luci: la scoperta di nuovi abusi sessuali e di coscienza su bambini e soggetti minorenni, operati da sacerdoti in varie nazioni, nello spazio degli ultimi decenni, il sospetto di una mancata vigilanza da parte di Vescovi e di superiori, e le accuse rivolte perfino a Papa Francesco, sono ferite che creano dolore, scandalo e turbamento in tanti fedeli. Come Vescovo di Pavia, sento forte il bisogno di esprimere, come ho già fatto nella solennità di Sant’Agostino, la vicinanza nell’affetto e nella preghiera al Santo Padre e di accogliere l’invito che lui stesso ha rivolto a tutta la Chiesa, in una sofferta “Lettera al popolo di Dio”, a vivere la preghiera e il digiuno come gesti di conversione personale a Cristo e al suo Vangelo. Come figli della Chiesa, non possiamo che stringerci intorno al successore di Pietro e accogliere questo tempo, con le sue sfide e le sue prove, come richiamo alla nostra conversione, all’essere noi per primi, pastori e fedeli, uomini e donne che si lasciano provocare dalla chiamata a essere autentici discepoli di Gesù, tesi in un cammino di santità. Sarebbe triste se come credenti, ci lasciassimo assorbire dal “chiacchiericcio” clericale e di basso profilo, o se diventassimo giudici impietosi, alla ricerca dei possibili sbagli e peccati degli altri: diventeremmo una Chiesa che si estenua nel tentativo di moralizzare la propria vita, non a partire dalla nostra conversione personale, ma dalla pretesa moralizzazione degli altri.

 

 

 

Mettiamo al centro l’ascolto della Parola di Dio

 

 

In questo orizzonte, acquista luce e valore la scelta che, come Vescovo, vorrei proporre in questo anno pastorale 2018-2019, di mettere al centro l’ascolto della Parola di Dio, come nutrimento essenziale della nostra fede. È questo l’oggetto della mia lettera che sarà presentata nelle prossime settimane, a partire dell’ascolto che vivremo, la sera di venerdì 21 settembre, in Duomo a Pavia, dell’intervento dell’Arcivescovo di Milano Mario Delpini sul tema “La Parola di Dio nella vita del credente e della comunità”. Una Chiesa che vuole vivere e offrire l’incontro con Cristo è una Chiesa che riconosce nella parola del Vangelo e della Scrittura una sorgente di vita e di luce, e allo stesso tempo, una Chiesa in ascolto diventa una Chiesa che sente e vive l’impeto dell’annuncio e della testimonianza: non può tenere per sé la bellezza di una Parola che riempie la vita di senso e di respiro. È una Chiesa che si raccoglie ai piedi del suo maestro e Signore, in ascolto della sua parola, ed è insieme una Chiesa che esce sulle strade del mondo, per annunciare e condividere la lieta notizia del Vangelo, del Dio che cammina con noi, e per abitare così le vicende e le circostanze della vita quotidiana. Proprio le sfide che ci stanno davanti possono essere un’occasione di crescita e di purificazione se, innanzitutto, ritroviamo il gusto e la gioia di ascoltare la Parola del Dio vivente, una Parola custodita nelle Sacre Scritture, una Parola che in Gesù Cristo è diventata volto umano, una presenza che resta visibile e udibile nella vita della Chiesa, nei suoi figli più maturi e più autorevoli, che sono i santi, di ieri e di oggi, nel vissuto umile e concreto della comunità cristiana, con le sue risorse e i suoi limiti. In questi giorni, mi ha molto colpito una pagina del vangelo di Luca, che abbiamo letto nella liturgia feriale, quando l’evangelista narra della chiamata di Simone e dei suoi compagni, in seguito alla pesca miracolosa (Luca 5,1-11). C’è una folla che fa ressa intorno a Gesù, «per ascoltare la Parola di Dio», tanto che Gesù sale sulla barca di Simone, vicino alla riva, per poter parlare a tutti; ci sono i compagni di Simone, stanchi e delusi per una notte senza pesca. Mi sembra un’immagine del nostro tempo, perché, da una parte, c’è in molti una fame di parole vere, e Cristo non cessa di destare un’attrattiva come una presenza che parla, attraverso testimoni ed esperienze di grande bellezza; d’altra parte, in noi cristiani, talvolta, c’è come una stanchezza, una rassegnazione davanti a fatiche e insuccessi, una sottile amarezza per miserie e meschinità che purtroppo accompagnano il cammino della Chiesa.

 

 

Riscoprire la forza della Parola

 

 

Riscoprire la forza della Parola, rimetterci in ascolto di Colui che è parola vivente del Padre, significa ridestare il nostro cuore, avere il coraggio di prendere il largo, di non restare prigionieri di discussioni sterili e inutili, e nemmeno degli scandali che indeboliscono la testimonianza della fede: siamo chiamati, come Simone, a rischiare tutto su Gesù, a non avere paura di gettare le reti sulla sua parola, a fidarci della fecondità di quel Vangelo che noi per primi siamo chiamati ad ascoltare e a vivere. Questo è il contributo che possiamo dare e offrire ai nostri fratelli uomini: riscoprire il primato dell’ascolto e dell’annuncio non è una sorta di fuga dalle difficoltà e dalle prove dei nostri giorni, ma è la condizione per essere protagonisti e testimoni, come credenti e come Chiesa, di un modo originale di essere presenti nella realtà, capaci di valorizzare ogni frammento di bene e di verità che possiamo incontrare negli altri, desiderosi di condividere l’esperienza della fede come sorgente di un nuovo umanesimo, attento ai bisogni dei più fragili e dei più indifesi, dal bambino appena concepito nel grembo della madre, al profugo che arriva nelle nostre terre, in fuga dalla guerra e dalla violenza, o da situazioni in cui non s’intravede nessun futuro di speranza.

 

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


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