• diminuisci dimensione carattere
  • diminuisci dimensione carattere
  • aumenta dimensione carattere
  • dimensione carattere
 Il Ticino » Notizie » L'omelia 

L'omelia del Vescovo Corrado per la commemorazione dei defunti   versione testuale

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione venerdì 2 novembre nel cimitero di S. Giovannino a Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,
il 2 novembre è un giorno particolare, soffuso di memoria e di affetti: in questi giorni andiamo a visitare le tombe dei nostri cari, deponiamo lumini e fiori, eleviamo una preghiera, spesso grata e commossa per chi non è più tra noi. Compiamo così gesti profondamente umani e cristiani, che racchiudono ed esprimono una visione della vita e della morte, ed è importante non perdere la bellezza austera di questi gesti, viverli e trasmetterli ai nostri figli e nipoti: non abbiamo paura di portare i nostri bambini ai funerali dei loro parenti, di accompagnarli a visitare le tombe, perché la morte è parte della vita, e occorre, con delicatezza e con cura, aiutare già i piccoli a sentire che i nostri defunti continuano a vivere nel Signore e che noi possiamo proseguire una relazione con loro, nel ricordo, nell’amore e nella preghiera.
Una comunità che non avesse più il culto e la memoria dei suoi defunti perderebbe un tesoro di grande valore e una società che vivesse censurando la morte, dimenticando in fretta i suoi morti, sarebbe un caso unico nella storia dell’uomo. E purtroppo oggi corriamo il rischio, come comunità civile e come comunità cristiana, di trascurare il ricordo dei defunti, di abbandonare i gesti antichi che danno volto al nostro essere uomini e donne in cammino, pellegrini nel tempo, verso l’eternità.
Sarebbe triste che i sepolcri dei nostri cari rimanessero abbandonati e non curati durante l’anno, e che i cimiteri diventassero luoghi dimenticati e nascosti, dove pochi hanno il tempo di percorrere, avvolti nel silenzio, i loro sentieri: purtroppo una certa pratica di “privatizzare” la morte e il lutto, magari custodendo le ceneri dei propri morti in casa, o peggio disperdendole al vento, può condurre a disertare i cimiteri, che invece, sono luoghi di vita, dove una comunità, una città, un paese condividono il ricordo e la gratitudine per chi è vissuto prima di noi.
Certo, fratelli e sorelle, visitare le tombe dei nostri cari è un’esperienza che porta con sé l’insorgere delle inevitabili domande, che da sempre l’uomo ha avvertito, circa la morte e ciò che ci attende oltre questa soglia. Percorrendo le vie di un cimitero, sostando davanti alle immagini e alle foto di chi giace ormai privo di vita, ci viene naturale chiederci: che ne è di questi nostri fratelli e sorelle in umanità? Dove sono i nostri cari ora? E forse tutta qui la nostra povera esistenza, destinata a finire nel silenzio, a dissolversi nel nulla, o semplicemente a essere parte di un ciclo biologico e cosmico?
Ecco, qui avvertiamo un senso profondo d’insufficienza e d’incompiutezza: no, non può essere ora nulla l’esistenza, talvolta travagliata, dei nostri cari, e le persone da noi amate, con il loro volto, il loro sguardo, i loro gesti, non sono e non possono essere annullate per sempre.
C’è in ognuno di noi una profondità di desiderio, c’è un “io” spirituale che si protende a una vita oltre la morte. È l’esperienza vissuta dall’orante nel salmo che abbiamo pregato: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 41, 2-3).
Come la sete spinge la cerva a cercare i corsi d’acqua, così in noi c’è una sete di vita che paradossalmente si fa ancora più forte e ardente davanti alla morte, e come sarebbe assurda e innaturale l’esistenza della sete, se non ci fosse l’acqua che la può saziare, così sarebbe assurda e innaturale la vita dell’uomo, se tutto finisse nell’orizzonte di questa esistenza comunque limitata!
Di questa sete, ci parla anche il libro dell’Apocalisse, quando Dio, nel compimento finale della storia, pronuncia queste solenni parole: «Io sono l'Alfa e l'Omèga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete  io darò gratuitamente da bere alla fonte dell'acqua della vita» (Ap 21,6).
La Parola di Dio, in sintonia con la riflessione e l’esperienza religiosa di ogni civiltà, ci assicura che noi non siamo solo un organismo, per quanto evoluto e complesso, destinato a corrompersi e a dissolversi, nel ciclo chiuso della materia, ma siamo anche spirito, uno spirito incarnato, che viene da Dio: abbiamo un’anima immortale, che ovviamente non è oggetto di conoscenza delle scienze empiriche, e tuttavia è, in certo modo, oggetto di un’esperienza che ci caratterizza come persone e soggetti dotati di coscienza, d’intelligenza e di libertà.
Fratelli e sorelle, ma noi crediamo a questa realtà dell’anima? O, senza accorgercene, stiamo facendo nostra una visione materialistica della vita, per la quale tutto finisce con la morte?
Nella prima lettura, l’autore del libro della Sapienza, parlando della morte dei giusti e dei martiri, esprime, potremmo dire, lo sguardo di Dio sulla vita e sulla morte, in contrasto con lo sguardo ben diverso di una certa “sapienza” umana, triste e senza speranza: «Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d'immortalità» (Sap 3,1-4).
Certo, l’immortalità della Bibbia è molto di più che l’immortalità dell’anima nella filosofia greca, perché è un dono di Dio, è una partecipazione alla vita eterna e infinita di Dio, e tuttavia fa parte della nostra fede, dello sguardo cristiano alla vita, la certezza che non tutto di noi è destinato a finire, che dopo la morte l’anima vive e riceve il giudizio giusto e misericordioso del Padre.
Perciò, noi possiamo avere un rapporto con i nostri defunti, con le loro anime che ora vivono nel Signore, e possiamo realizzare una comunione di affetti con loro, sapendo che essi ci vedono e pregano per noi, e noi possiamo pregare per loro e far celebrare la messa in loro suffragio, perché purificati dall’amore di Cristo, possano essere accolti nel regno del Padre, nel cielo.
Così, carissimi fratelli e sorelle, nella luce della fede, accogliendo la verità che si rivela a noi in Cristo, possiamo vivere questo giorno non come un giorno triste, carico di nostalgia e malinconia, ma come giorno della speranza, «piena d’immortalità», e possiamo rispondere alle domande che nascono in noi, quando pensiamo ai nostri defunti o ne visitiamo le tombe: che ne è di loro?
Ecco, i nostri cari sono vivi e sono destinati alla pienezza della vita in Dio: già ora, le loro anime vivono al cospetto di Dio, e ricevono il premio delle fatiche e del bene compiuto. E anche il loro corpo, deposto nel sepolcro, pur attraverso l’inevitabile corruzione della morte, è destinato a risorgere in Cristo, nell’ultimo giorno, quando davvero il Signore farà nuove tutte le cose – cieli nuovi e terra nuova – e in Lui risorto, anche noi risorgeremo.
Sostando presso le tombe dei nostri cari, rinnoviamo nel cuore la fede e la speranza: essi dormono, in attesa di essere risuscitati e chiamati a vita nuova nel Signore! Amen

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

stampa pagina segnala pagina condividi