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La Sacra Scrittura di domenica 14 aprile   versione testuale

Il commento di don Michele Mosa. «Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo»


Mi sembra di rivivere l’esperienza degli Ebrei nel deserto: una lingua da discepolo, cosa vuol dire? La lingua è simbolo della parola e chi parla è Maestro non discepolo (a meno che no rispondi a una domanda). L’organo del discepolo non è piuttosto l’orecchio? In parole povere: il discepolo ascolta, il maestro parla. Questi insegna, l’altro impara. Uno dei più importanti trattati sulla filosofia yoga, lo “Shiva-samhitâ” dice che «La scienza impartita dalle labbra di un maestro è efficace, diversamente è priva di frutto, debole, e addirittura pericolosa» (III,11). Invece Isaia parla di lingua non di orecchio. O meglio parla di orecchio e di orecchio da discepolo ma come se fosse una conseguenza non una premessa. Quindi prima la lingua e poi l’orecchio. E pensare che mi hanno sempre insegnato che prima si ascolta e poi si parla. Sono davvero frastornato. Completamente disorientato. Cos’è la lingua da discepolo? Due lingue mi vengono in mente: quella di Mosè, il balbuziente, e quella di Antonio di Padova, il grande predicatore. Mosè è l’uomo che forse più di ogni altro ci mostra cosa vuol dire lingua da discepolo: parla infatti solo dopo aver ascoltato Dio. Le sue parole sono le parole che Dio gli ha messo sulla bocca. Come se non conoscesse più parole umane dopo l’incontro con “la voce del roveto”. Non a caso era stato proprio Mosè ad aprirci la porta della Quaresima. Lingua da discepolo è dunque lingua che ha imparato la parola di Dio. Che ha smesso le chiacchiere da comare e le discussioni del bar. Lingua da discepolo è farsi, come il Battista, voce per far risuonare la Parola. Antonio di Padova: e subito pensiamo alla sua predicazione. Al suo essere voce di quella Parola. Vorrei invece riportare una sua frase che mi ha stupito e fatto riflettere molto. Vorrei proporla in modo particolare ai sacerdoti perché possano riascoltarla prima di entrare in confessionale. ”Pose la sua bocca sulla bocca di lui”. Il prelato mette la sua bocca sulla bocca del peccatore quando lo istruisce affinché riveli i suoi peccati nella confessione. Dice infatti Isaia: “Il Signore mi ha dato una lingua esperta, perché io sappia sostenere con la parola colui che è caduto”». Non mi resta che invocare per me e per tutti voi una lingua da discepolo e un orecchio attento al Maestro.

 

 

Don Michele Mosa


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