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 Il Ticino » Notizie » Il rettore Fabio Rugge: "Cari ragazzi 

Il rettore Fabio Rugge: "Cari ragazzi, cambiate il mondo!"   versione testuale

Il discorso alla Giornata del Laureato svoltasi sabato 6 luglio 2019 a Pavia


Caro dott. La Calce, illustri Autorità civili e militari; graditissimi Ospiti e soprattutto carissimi Studenti,

 

benvenuti in questo Cortile teresiano, che – come forse vedete – sta subendo un trattamento estetico. Nella nuova veste, l’anno prossimo, sarà ancor meglio all’altezza di questa festa, una delle più belle tradizioni del nostro Ateneo. Comunque, parlare da questo palco produce un’emozione immutabile negli anni; anche se stasera, per la prima volta, mi capita di rendermi conto che questa cerimonia è anche una festa di commiato. Tutti voi studenti ritirerete tra poco un diploma dell’Ateneo pavese, ma una parte di voi avrà già ricevuto, intanto, un’altra affiliazione o avrà già cominciato la propria vita professionale in un ambito diverso dall’università. Così, alla fine della festa, non pochi pronunceranno – spero con un filo di nostalgia – un “arrivederci”. Questa considerazione mi è dettata probabilmente dalla circostanza che anche per me quella di oggi è un’occasione di commiato. È infatti l’ultima Giornata del laureato che presiedo. La prossima vedrà su questo podio il professor Francesco Svelto, cui rivolgo l’augurio più affettuoso. Ma questa giornata è anche l’ultima cui partecipo come professore di ruolo dell’Università di Pavia. Da ottobre, entrerò – come si dice – in quiescenza, in uno status dunque che, se manterrà quanto promette il nome, dovrà offrirmi maggiore quiete. Vedremo. Mi attendo – questo è certo – una stagione di maggiore libertà. E di questa libertà vorrei prendere ora un anticipo per parlarvi sì da rettore, ma con accenti diversi da quelli dettati dall’ufficialità. Non so infatti resistere al desiderio di rivolgermi a voi con maggiore vicinanza, con maggiore complicità. Non importa se siete un paio di migliaia. Parlerò, sto già parlando, individualmente a ciascuno di voi. Al contrario di altre volte, dunque, non vi elogerò, malgrado lo meritiate, per il percorso che avete brillantemente compiuto. Non vi parlerò dei successi del vostro Ateneo. Né vi raccomanderò di portarlo nel cuore. Spero vi abbia già trovato un posto. Vi parlerò invece come qualcuno che – in modo non dissimile da voi – sta davanti a un futuro che non conosce. Lo so. Vi parrà strano che dica questo. Vi parrà curioso che, alla mia età, ci si interroghi ancora sul proprio futuro. Eppure, è proprio così. Tutte le stagioni hanno bisogno di ricevere un senso. E davanti alla mia prossima stagione, sono anch’io come voi incerto e, al tempo stesso, pieno di aspettative. E non mi vergogno di dire che mi abbandono a qualche sogno. Sì, anche alla soglia della quiescenza può accadere di immaginare strambe, improbabili avventure, piccole imprese che possano aiutare a cambiare il mondo. Del resto, “cambiare il mondo” è un sogno che credo accompagni tutta la nostra vita. Lavora in noi come un rovello; ci tormenta, ci culla e ci esalta. E tuttavia è una forza che ha molti rivali. Uno di questi rivali è la quotidianità che, con le sue incombenze, ci fa spesso dimenticare come il mondo sia lì ad attendere di essere cambiato. Ci sono poi la nostra fragilità e le nostre debolezze, che consumano molte delle energie che dovremmo dedicare al cambiamento.  E sopraggiungono poi urgenze private, ma non per questo meno nobili: l’amore e gli affetti familiari. E ci sono infine i nemici giurati del sogno di cambiare il mondo. Tra questi nemici giurati, vi è anzitutto il conformismo. È generato, di solito, dalla preoccupazione di esporsi al ridicolo e al fallimento, se si osa un percorso inedito. Ma è conformismo anche il biasimo o il rifiuto per l’innovazione proposta da altri, perché quell’innovazione ci mette in questione o ci pone di fronte ai nostri limiti. E c’è infine un altro nemico giurato della voglia di cambiare il mondo: l’ambizione egocentrica. Non si tratta dell’ambizione tout court, della quale è giusto dire ogni bene. Parlo piuttosto di quell’ambizione che ci fa accettare in modo acritico lo stato delle cose presenti solo perché esso ci rende possibile un nostro individuale tragitto verso il successo. Dunque, il sogno di cambiare il mondo ha molti rivali. Eppure rimane con noi lungo tutto l’arco della nostra esistenza. Sono pronto infatti a scommettere che non è passato molto tempo dall’ultimo momento in cui vi siete sorpresi a sognare a occhi aperti un cambiamento di cui, domani, potreste essere protagonisti. In ogni caso, non esito a dirvi che se non è cambiare il mondo ciò che vi interessa, allora state buttando via il capitale più importante che avete. Perché voi siete sì preziosi per i vostri talenti, di cui avete dato ottima prova. Siete preziosi per la vostra forza, la vostra energia, la vostra spensieratezza e persino per la vostra presunzione. Ma ciò che vi rende davvero unici è la vostra forza trasformativa, la vostra inclinazione istintiva e primordiale al cambiamento. Non mancate di riconoscerla in voi questa inclinazione e di rispettarla, coltivarla, addestrarla, applicarla. Già, ma cosa vuol dire applicarla? Quando e come si dà una mano a cambiare il mondo? Non sono sicuro della risposta. Per certo, solo a pochi è dato di realizzare avanzamenti tali da essere notati e apprezzati dai contemporanei. Soltanto pochissimi poi riescono a spostare così in avanti le cose, che di loro si giunga a dire: lui o lei ha cambiato il mondo. Sono quelle persone che chiamiamo eroi. Sono i Nelson Mandela e gli Steve Jobs, le Elinor Ostrom e le Rita Levi Montalcini. Poniamoci allora una domanda: che relazione c’è tra noi è queste figure sfolgoranti? Possiamo sperare di somigliare a loro? Detto altrimenti: la distanza tra noi e gli eroi è una distanza siderale e incolmabile?Per cercare l’inizio di una risposta, debbo proporvi un piccolo racconto. Alcuni anni fa sfogliavo un libro di poesie nel book-shop di un museo di Berlino. Vi lessi dei versi. Erano commoventi e non li avrei più dimenticati. Purtroppo non ho mai più rintracciato quella poesia. Posso ripetervi però la storia che narra. Siamo in Germania agli esordi del nazismo. La propaganda politica e i primi provvedimenti hitleriani cominciano già ad avvelenare i rapporti tra gli ebrei tedeschi e i loro concittadini. In un condominio vive una levatrice ebrea. Qualche piano più sotto, una famigliola di pura razza ariana è in attesa della nascita di un bimbo. Il quale, ahimè, si presenta in anticipo, all’improvviso, di notte. Si cerca il medico ariano. Non lo si trova. Ma il parto sembra difficile. C’è preoccupazione, e alla preoccupazione subentra il panico. Che fare?Naturalmente, il padre del nascituro pensa alla levatrice del piano di sopra. Ma sono settimane che, sulle scale, non la saluta più; sono settimane che, incontrandola, distoglie lo sguardo dallo sguardo di lei. Sia come sia, l’uomo si fa forza e sale quelle benedette scale. Chiede aiuto. La vicina indossa una vestaglia e scende. Il parto avviene felicemente. Ora è l’alba. L’esausto, orgoglioso padre ha dimenticato Hitler, il nazionalsocialismo – e, insieme a loro, ogni conformismo e ogni prudenza. Ringrazia espansivamente la levatrice, l’abbraccia e le chiede cosa le deve. Lei gli risponde che non vuol niente – non si è fra vicini di casa? Però, a pensarci, qualcosa le farebbe piacere. Quando al giovane papà chiederanno com’è andato il parto, non dimentichi di dire “Die Judin hat geholfen”, “È la giudea che ci ha aiutato”. Questa levatrice ebrea, che sia esistita oppure no, è da un pezzo la mia eroina. Certo, non è riuscita a fermare quel rimbecillimento del popolo tedesco cui il nazismo lavorava con metodo. Eppure, con una sola frase ha messo, sulla strada di quel metodo, un sasso. E forse quel sasso, a un certo punto della vita di quel padre tedesco, avrà provocato uno stridore. Forse quella frase, “Die Judin hat geholfen”, sarà risuonata nella mente dell’uomo di fronte alla vetrina rotta di un negozio ebreo, davanti a una fila di sconosciuti con la stella gialla in una stazione congestionata da passeggeri frettolosi e distratti. Forse, quella frase avrà reso più facile, a quel cittadino conformista, comprendere, presto o tardi, la follia cui si è piegato. Magari ne avrà fatto, alla fine, un convinto anti-nazista. E il suo bambino, nato tra le braccia della levatrice ebrea, sarà cresciuto con un senso diverso di quello che può e dev’essere il rispetto tra gli uomini. Comunque, sono sicuro che il riverbero luminoso di quella notte si sarà proiettato nel futuro di quell’uomo berlinese e che non si sarà spento. Io credo che la levatrice giudea abbia, in qualche modo, cambiato il mondo. Attenzione: non deve sfuggirci che non lo ha fatto attraverso una scelta giusta. La scelta giusta forse sarebbe stata mandare al diavolo il disturbatore notturno o almeno chiedergli poi la giusta mercede – che almeno imparasse, attraverso il linguaggio universale del denaro quanto valeva l’opera di quella vicina cui negava il saluto. Ma la levatrice ebrea non ha fatto la scelta giusta, ha prodotto invece un radicale cambiamento di logica, ha compiuto una scelta trasformativa. Ecco perché quella donna è la mia eroina. Ma, c’è qui anche l’inizio di una risposta alla domanda sull’adeguatezza di noi non-eroi a cambiare la realtà. Ebbene, penso che questa capacità sia a disposizione di tutti; basta coltivarla, rispettarla e addestrarla. E poiché dico “addestrarla”, aggiungo che la nostra storia berlinese ha ancora qualcosa da insegnarci. In quella notte di affanno e speranza, il giovane padre tedesco non cerca una persona qualunque; cerca una levatrice.  Il bisogno lo ha messo nelle mani di una donna che a quelle sue mani sa dare – ha appreso a dare – un movimento sapiente, guidato dalla conoscenza. Quella conoscenza – che è poi l’ostetricia – era stata, tra l’altro, codificata, trasmessa e certificata in luoghi simili a quello che sta al di là di quella grande finestra. È lì infatti che, nel Regno lombardo-veneto era attiva la scuola che faceva di giovani contadine le levatrici del domani. Era lì che veniva diffuso un sapere che doveva cambiare la vita delle donne, rendendo più sicuro l’atto del nascere e del dare la vita. Vorrei allora che ci soffermassimo per un istante sul rapporto esistente tra l’intenzione morale di cambiare il mondo e il sapere. Chiaro che parliamo di due fattori distinti e facilmente distinguibili. L’uno si può dare senza l’altro. Il sapere può essere patrimonio puramente speculativo, erudito, stupendamente autosufficiente. D’altra parte, l’intenzione di cambiare il mondo può tradursi in anelito nobile, ma velleitario; generoso, ma ingenuo; potente ma inefficace. Combinati, però, questi elementi si accendono l’un l’altro e determinano quella che chiamiamo “civilizzazione”; combinati tracciano il percorso dell’umanità; combinati regalano a noi, viandanti della storia, il sentimento vitale che viene dal muovere verso una meta. Tra poco, riceverete dalle mani dei direttori di dipartimento e dei presidi di Facoltà i vostri diplomi di laurea. Ebbene, penso che vi privereste di un orgoglio e di una gioia che entrambi legittimamente vi spettano, se non pensaste a quei diplomi anche come a dei brevetti. Sì, a dei brevetti che vi abilitano ufficialmente a trasformare il mondo, che vi promuovono “esperti del cambiamento della realtà”, operatori riconosciuti del progresso. A voi d’ora in avanti sarà chiesto di modificare l’esistente. Applicando la legislazione sull’edilizia o l’ambiente, ottimizzando i processi di produzione dei perfusori a pressione, introducendo schemi fiscali nuovi, incalzando sino a sconfiggerla una malattia rara, rendendo più efficiente il traffico di un aeroporto – voi ci offrirete un mondo migliore. Femmine e maschi, ci aspettiamo che siate levatrici di un futuro fatto di vite più radiose. Stringete allora nella mano il testimone cartaceo del vostro sapere (c’è su la mia firma... quindi non fatemi fare brutta figura); tenete viva nella mente la voglia di cambiare il mondo; e mettetevi in cammino con questi due viatici. Non scegliete le strade più ovvie; e, comunque, se vi ritroverete su quelle più battute, non vi dimenticate che, anche senza che siate eroi, la trasformazione del mondo è compito vostro. Soprattutto non dimenticate che quella trasformazione è fatta di creatività – disciplinata, meditata, paziente, severa, ma pur sempre e indispensabilmente creatività. È questo ciò di cui il mondo ha profondamente bisogno, in un momento in cui antiche ricette etiche non sono più efficaci, la politica appare disorientata, l’economia scombussolata, la scienza bisognosa di illuminazioni profonde, e la stessa arte cerca, non sempre con successo,  nuovi linguaggi. Attenzione: con queste ultime parole non voglio affatto dipingere uno scenario desolato e scoraggiante. Al contrario: avete tanto a disposizione; i “trasformatori del mondo” possono oggi attingere a molte risorse, soprattutto se nascono e crescono nella porzione più felice di quel felice continente chiamato Europa. Sulla Terra nel XXI secolo si vive più a lungo, c’è più benessere che un tempo, si combattono meno guerre. Ma il fatto è che la rotta davanti a noi è confusa, minacce planetarie si costellano all’orizzonte, non è chiara la meta e sembriamo più affaticati dal viaggio che animati dall’entusiasmo di continuarlo. Ecco, desidero sappiate, in questa speciale serata di festa, che la vostra Università ha un senso molto alto del cambiamento che vuole produrre: con la sua ricerca, con il trasferimento dei suoi saperi, ma soprattutto attraverso voi: le giovani donne e i giovani uomini che forma e che ogni anno restituisce, irrobustiti, alle realtà da cui provengono o a quelle nuove cui daranno vita. Considerate senz’altro questo Ateneo come il luogo di una conoscenza positiva ed entusiasta della realtà; un ambiente spirituale che comprende lo scetticismo e lo scoramento, ma non li incoraggia; un’istituzione che non dismette l’orgoglio della sua funzione; un’impresa che sa di dovere servire non solo il nostro Paese, ma il pianeta di cui siamo cittadini; una comunità che, in primo luogo, aspira a essere quella retrovia che vi sosterrà nella vostra lotta per cambiare il mondo.

 Viva l’Università di Pavia, viva i suoi laureati.  

Prof. Fabio Rugge (Rettore dell'Università di Pavia)


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