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La Sacra Scrittura di domenica 4 agosto   versione testuale

Il commento di don Michele Mosa. «Vanità delle vanità»


Ma non si tratta del mondo del lusso o dello spreco. Non siamo di fronte a chi si pavoneggia. Non è questione di narcisismo. Non riduciamo tutto, ancora una volta, a moralismo. Scivolando subito nel pessimismo e in una sorta di “ascesi della sobrietà” che, concretamente, spesso si è tradotta nei fioretti e nelle rinunce per Dio. Per amore di Dio. Nulla di tutto questo. Nel testo ebraico leggiamo: “habel habalim hebel”. Si tratta di una forma grammaticale che potremmo tradurre come superlativo e in questa forma fa quasi da cornice all’intero libro di Qoelet (la troviamo a 1,2 e 12, 9). È importante allora capire cosa significa “hebel”. Non entro nelle questioni linguistiche ed esegetiche.Vorrei solo richiamare velocemente alcune traduzioni per evidenziare ancora una volta la necessità dello studio della Parola di Dio e l’importanza di non accontentarsi delle traduzioni (CEI compresa) o – rischio ancora peggiore – delle meditazioni scontate e ripetitive. W. E. Staples suggerisce il significato “mistero”, A. Barucq lo traduce con “absurdit” e D. Lys preferisce lasciare il significato originario di “fumo” per evitare la sfumatura di nullità e per sottolineare il fatto che il concetto implica la presenza (e non l'assenza) di qualcosa che però è “impenetrabile” come la nebbia. E. Good suggerisce infine di tradurre “ironia”. Basta questa a capire la complessità di ciò che scrivendo Qoelet. Non si tratta allora di dire che tutto sulla terra è inutile. Che la vita dell’uomo rischia di essere avvolta dall’insignificanza. Che la ricerca della saggezza vale come (o meno) dei piaceri, per non dire del malaffare. Si tratta di lasciarsi avvolgere dal mistero di Dio. dell’imparare a scoprire i doni di Dio, a ringraziarlo per essi e a imparare a usarli nel migliore dei modi. O forse si tratta di entrare, come Mosè, nella nube di Dio. Di imparare a vivere il Mistero. Che è, mi sembra, l’esperienza del mercante che cerca la perla: vive bene ciò che ha ma è sempre in ricerca. E appunto questo mi sembra il vero problema di oggi: non viviamo nella dimensione del dono, quindi non siamo in ricerca di nulla. Ciò significa, mi pare, che il compito della Chiesa, pastori e laici, è quello di riscoprire l’agire dello Spirito Santo. Di non limitarsi a piani pastorali (spesso fatti solo di buoni propositi e morti prima ancora di arrivare nelle mani dei lettori) ma di provare a intercettare la domanda degli uomini: allora possiamo leggere Qoelet, il libro della ricerca. Non di chi disprezza la vita “materiale” ma di chi cerca di viverla sempre nella luce di Dio.

 

 

Don Michele Mosa


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